Balbettava ancora parole che io non compresi.
Il professore gli s’era avvicinato: gli scolari circondavano il letto.
Mi trassi da parte. L’ercole, come preoccupato, si guardava attorno, guardava i giovani che fra tanto gli scoprivano il petto un’altra volta.
La lezione pratica principiava. Mi trassi a dietro a poco a poco, giunsi fino alla porta della sala e lì quasi sperai di non udire la voce del mio ex maestro che parlava, alto, a’ discepoli. Ma, nel silenzio che s’era fatto nella corsia essa suonava chiara e distinta, con quel leggero suo tono declamatorio.
—L’influenza del sesso si spiega assai naturalmente pel genere di vita speciale a ciascuno d’esso, che imponendo all’uomo—come nel caso—sforzi muscolari più violenti e dei movimenti più energici, aumenta in lui l’energia della impulsione cardiaca e dispone le sue arterie a pressioni e a stiramenti che possono essere fatali, che sono anzi, quasi sempre, fatali.
Addossato allo stipite della porta mi sentivo quasi male. Ah, la vita, la vita! Povero ercole! E ora comprendeva egli la sua condanna?... Chiusi gli occhi. Rividi, come in un sogno, Giffuni, la piazzetta del mercato, la grande baracca, quelle viuzze malinconiche e anguste. Le immagini della Rosina, del pagliaccio, dell’ercole passarono e ripassarono confusamente davanti agli occhi miei, come in una nebbia...
La voce del professore continuava, implacabile:
—Noi definiremo l’aneurisma un tumore pieno di sangue liquido e coagulato, distinto, si noti, dal canale dell’arteria con cui esso comunica e consecutivo alla rottura totale o parziale delle tuniche arteriose. Voi conoscete, o signori, la conseguenza fulminante e inevitabile...