—Un giorno, il povero Francescone sentì che la vita lo abbandonava. Mandò a chiamare il mio parente e con le lagrime agli occhi gli raccomandò, lo scongiurò di proteggere Rosa e Carolina come aveva protetto e beneficato lui. Che ne sarebbe stato delle due povere ragazze se avessero dovuto abbandonare il molino? E il mio parente promise, col cuor buono che aveva, e mantenne la sua promessa. Rosa e Carolina rimasero nel molino assieme a un antico e fedele garzone, e il mio buon parente, durante il resto della sua vita, non s’occupò che di loro. Venuto a morte anche lui, dopo quattro anni da quella di Francescone, chiamò il notaio, gli ripetette le medesime raccomandazioni del mugnaio e non una ma cento volte lo pregò che m’interessasse in coscienza alla sorte delle due ragazze. Da parte mia risposi al notaio che Rosa e Carolina non avrebbero mai avuto a dolersi di me: sarebbero rimaste nel molino de’ loro avi e nessuno le avrebbe tormentate. Anzi, soggiunsi, io farò che una parte dell’utile vada proprio a loro vantaggio.
Bevemmo un altro sorso, e Cataldo riprese il suo racconto.
—Fin qua le cose andavano benissimo, e io stesso, non avendo altro da fare, mi occupavo delle faccende del molino. Quando ecco che v’entro un giorno, e chi vi trovo? Il figlio d’un carrettiere, un ubriacone della peggiore specie, alle prese con un giovanotto beccaio. Il carrettiere aveva cacciato il beccaio in una enorme madia, e quasi era per schiacciargli la testa sotto il coverchio. Figurati! E tutto ciò accadeva perchè quei due, tutti e due presi di Rosa, s’erano incontrati nel molino e lì era venuto loro in mente di saldare i loro conti. E ci volle il bello e il buono per metterli fuori! Vi riuscii soltanto in forza della mia qualità di assessore per l’istruzione, titolo e carica di cui l’onesta cittadinanza di Cassino mi aveva voluto insignire per i miei meriti letterarii. Intanto le due ragazze piangevano in un angolo, e la bionda Rosa mi fece, a mani giunte: Per carità, signor padrone, non ci mandi via dal molino! Io non ho colpa in quel ch’è accaduto! Glie lo giuro sull’anima di mio padre!
—Non era quella, caro Vittorio—seguitò Cataldo—la prima volta che mi trovavo faccia a faccia con le due mie protette. Ma quella volta, la commozione, il dolore di Rosa, non so, mi fecero un’impressione straordinaria.—Ma come—dissi io—come potete permettere a due insopportabili gaglioffi di venire ad accapigliarsi giusto nel vostro molino? Intanto tutti e due si vantano della vostra simpatia per ciascuno d’essi... (Rosa mi veniva appresso mentre uscivo—e nella viuzza, davanti al molino, ci trovammo a un tratto soli addirittura). Io continuavo a dire: Voi volete bene o all’uno o all’altro, non è vero? Dunque, ditelo. A chi volete bene? Al carrettiere? Al beccaio?...
Ella rispose, semplicemente:
—A nessuno dei due, padrone...
La guardai. Rosa mi guardò co’ suoi grandi occhi azzurri e poi li chinò, e arrossì, e tacque...
II
Il mio amico Cataldo s’interruppe un’altra volta.
—Be’?—mi fece col suo tipico accento pugliese—E non bevi?