—Ah! Richter!

—Dunque?

—Morto. Otto Richter? Professore? Morto.

Una cosa molto semplice per questo signore meditabondo. Oh! povero
Richter! Ma come?

Il mio vicino pensò ancora. Ecco, era morto così—e si batteva in fronte—male di cervello. Tre giorni, non più. Poi morto.

Dopo un momento cavò da un enorme portafogli la sua carta e me la porse. C'era su scritto, a mano: Corrado Weber, professore di lingua tedesca.

—Chieggo scusa—balbettava il pover'uomo—io solo a Napoli, solo, solo. Così si vive, signor, lavorando. Richter mio buon amico. Poveretto.

Improvvisamente un fragore di battimani giunse a noi dalla sala; subito dopo l'orchestra intuonò la marcia reale. La regina entrava. Passarono quattro minuti; nessuno fiatava nel vicolo. Io pensavo al mio vecchio amico Richter, al mio povero vecchietto musicomane.

—E quando è morto?

—Psst!—fece Weber—Chieggo scusa, signor. Dopo.