La bambina non avea chiuso occhio. Rispondeva sommessamente.

—Ah?

—Dimani mamma ti compra un soldo di latte, hai sentito? Ti farò compagnia, non ci vado al teatro…

—Sì? sì!—pregava lei—non ci andare, fammi compagnia!… Senti, mamma…

Quella balbettava, lasciandosi vincere dal sonno:

—Zitta ora, dormi… domani… domani… La camera taceva. Chiarinella era sempre l'ultima ad addormentarsi; sentiva per un pezzo ancora il respiro forte ed eguale della sorella, che alla baracca avea ripetuta una piroetta e s'era affaticata. A volte la coglieva la sete; scendeva, a tentoni, cercando il bicchiere sulla scanzia a cui le sue piccole braccia magre appena arrivavano. Certe mattine la veniva a vedere la Nunziata, una vicina che le avea dato latte quando Bettina non ne aveva.

—Povera piccina!—faceva—povera Chiarinella mia!

Le portava un'arancia fresca, sedeva accosto al letto e si metteva a toglierne la buccia e la pellicola, dividendola a spicchi che la bambina succhiava avidamente, in silenzio.

—Par nata muta—diceva Bettina, quando ne parlavano.

—No, no, è la malattia. Stateci attenta, sapete, non si scherza, s'è fatta magra come uno spillo. Che v'ha detto il medico?