Fece ancora due passi e si volse.
— Totò cuor d'oro, se non mi sbaglio — esclamò — Totò cuor d'oro!.... Il poeta!.... Accidenti! Totò cuor d'oro!
Sulla soglia della sua stanza mi salutò con la mano.
— La riverisco, sa! E lei me lo riverisca!
Suonò una risata ironica, sghignazzante, terribile. Il vecchietto sparve nella sua camera.
La porticina si chiuse, sbattuta forte.
QUELLA DELLE CILIEGE.
Stesa supina sul piccolo divanetto della sala terrena dell'Ospedale degl'Incurabili, lì ove si fanno le immediate medicature a' feriti che vi capitano di tanto in tanto da' rioni popolani di Napoli, una giovane donna ripigliava i sensi a mano a mano.
Erano le dieci ore di una magnifica sera di primavera. La lampadina elettrica, che la suora di guardia aveva incappucciata con un pezzo di carta rosea, bagnava il divanetto e quella donna di un dolce lume colorito diffuso e uguale.
In qua, presso a una tavola sulla quale era squadernato un registro per le Ricezioni notturne, il medico di servizio preparava, sbadigliando, le bende e l'ovatta. Quando ebbe tutto allestito per la medicatura, sedette alla tavola, si trasse davanti il calamaio e il registro, sbadigliò ancora una volta e accese un'altra lampadina, per vederci meglio.