Entrai nella stanza del direttore.
Stazza, impiedi davanti alla costui scrivania, si voltò. Mi venne incontro e mi tese le mani.
— Mille scuse! Ma io non potevo andarmene senza averla salutato. Addio, caro signore. Io me ne vado.
Interrogavo con gli occhi il direttore e gli altri miei compagni, che circondavano Stazza, silenziosi.
— Un fatto deplorevole — disse il direttore, rompendo il silenzio — L'ottimo Stazza è stato collocato a riposo. Ci lascia.
— Come! — esclamai — Così! Di punto in bianco?
Stazza chinò la testa.
Il direttore con la punta del tagliacarte additò un foglio, sulla sua tavola.
— M'arriva ora la comunicazione ministeriale. Le solite sorprese. Ma, Dio mio, non avrei mai immaginato!....
Le mani di Stazza mi si protendevano, tremanti. Lasciai cadere in quelle le mie, e le strinsi, due, tre volte. Guardai in faccia il colosso: era turbato, ma si sforzava di parer tranquillo. Soltanto s'era arrossato un poco più, nella faccia. Si passò una mano sulla fronte, si guardò intorno, tornò a voltarsi verso la tavola del direttore, smarritamente.