— Come! De Laurenzi!

— Già, s'intende, ha brigato e v'è riescito. Entra in organico e prende il posto di Stazza.

Soggiunse, dopo un momento, rimettendosi a sedere alla sua scrivania:

— S'accomodi pure.

IV.

Passò un mese. In questo tempo gli studenti fecero chiasso, al solito, e ruppero vetri e banchi: l'Università fu chiusa e il numero de' lettori, nella nostra biblioteca, s'accrebbe del doppio. Vi fu un gran da fare e Stazza fu dimenticato. Soltanto qualche volta, in un momento di tregua, il suo nome ricorreva nel vaniloquio degl'impiegati raccolti nella sala della distribuzione intorno all'ultimo bollettino del ministero, ove apparivano — già indicati, con una crocetta, da qualche necrologo de' nostri compagni — i nomi di coloro che o eran morti o erano stati collocati a riposo. La constatazione de' decessi e de' ritiri — un refrigerio per i superstiti — occupava quelle constatazioni e quelle conversazioni fredde e indifferenti; per lo più si discuteva sugli anni di servizio del croce segnato o sulla somma della sua pensione. Ma la psicologia di queste sparizioni — un legame di troppo sottili o pietose induzioni che in altri spiriti potevano forse rampollare dall'esame di casi somiglianti — non veniva certo a turbare l'animo de' miei compagni. Stazza, dopo tutto, sottobibliotecario a tremila, liquidava, come si dice, quasi dugento lire al mese. Una fortuna per un illetterato, una tabula rasa come lui, che la doveva a quei benedetti tempi borbonici ne' quali era così facile di entrare, senza le qualità di cultura che vi occorrono, in un instituto scientifico come di mettersi a tavola in una publica taverna.

— Vuol vedere Stazza? — mi fece un di que' giorni l'usciere addetto alla spolveratura della mia camera.

Con lo straccio tra le mani s'era avvicinato al balcone chiuso e guardava nella via, traverso a' vetri.

— Venga, venga! Eccolo lì...

Mi levai e corsi al balcone.