E ogni volta che si trovava nel tinello a lavarsi la faccia, gli faceva lo zufolo col tovagliolo fra mani.

La casa dalla quale era sloggiato era scura e silenziosa. Le finestre non davano sulla strada, riuscivano in un cortile abbandonato, dominio di terribili pipistrelli, qualcuno de' quali perfino veniva a sbatter l'ali intorno alla gabbiuzza, dove il povero canarino tremava di terrore. La bestiola, di sotto l'arco della finestra, non vedeva che i muri grigi del cortile dagli angoli ch'erano dominio di polverose ragnatele, da' buchi neri che a notte diventavano case di nottole. Le carrucole nei pozzi stridevano, le secchie si urtavano; le serve, a prima ora, trovandosi tutte ad attingere, dicevano male della gente, appiccicando a ognuno un aggettivo che metteva in tutto il pozzo il suono di goffe risate. Questa la vita del cortile. Una volta solamente il canarino uscì dalla sua malinconia. Una delle fantesche ripuliva la gabbia d'un altro canarino, lasciando cader giù nel cortile le boccate sfuggite del miglio, i rifiuti del prigioniero, e canticchiando. E come quell'uccelletto, per la soddisfazione del miglio fresco e dell'acqua pulita, metteva, di tanto, piccoli gridi acuti, quest'altro credette di aver trovato finalmente qualcuno col quale potesse chiacchierare nelle ore di noia.

Lo chiamò allora due volte.

— Zizì! zì! zì! zì!...

Quello rispose allegramente:

— Zì! zì!

Poi vi fu un silenzio. La serva aveva portato via la gabbia; il povero canarino, disilluso, ricadde in malinconia e non avendo da far altro si rimise a contemplare i muri del cortile.

In una giornata di novembre fu tale lo scrosciar della pioggia furiosa e così spaventevoli furono i lampi e i tuoni che il canarino, solo solo nella gabbia, credette che l'ultimo giorno della sua vita fosse arrivato. Dal lampeggiare continuo era tutto illuminato il cortile, i ferri della gabbia pareva si arroventassero. Poco dopo accorse la serva, che avea lasciate aperte le vetrate della finestra.

— Meno male! — esclamò. — I vetri non si sono rotti! E chi l'avrebbe sentito il padrone!...

Mio Dio, nemmeno una parola per quella povera bestia tremante di freddo e di paura! Bella carità cristiana! E così il canarino, a poco a poco, s'abituò ad ogni sorta d'ingenerosità. Nessuno si pigliava pena di lui, ma nessuno, tuttavia, lo veniva a seccare. Meglio così. E il suo amico divenne un pezzo del muro di faccia, ove un ragno intesseva comodamente la sua tela. Nell'estate, quando un po' di sole fece la spia nel cortile, la tela ne fu tutta illuminata e il ragno vi passeggiò in lungo e in largo, con una grande boria di padron di casa. In tutto il giorno si riudivano le voci delle fantesche, lo strepito delle cazzeruole, risate lunghe e sguaiate, scoppiettii di carboni dalle fornacette. La musica metteva in allegria il canarino che, a volte, vi mescolava certe note acute e un trillo per cui le serve, meravigliate, tacevano.