Il mio coraggio giungeva fino alla petulanza e lo fece ammutolire. Toccò alla zia a parlamentare per convincermi che la mia idea era assurda, che non può una giovinetta far casa da sè senza esporsi alle censure, ai sospetti del mondo maligno. Non era la via migliore per farmi disdire; sostenni che una giovinetta può benissimo, che se la legge le dà questo diritto deve averci le sue ragioni.
Incominciarono i commenti all'articolo 323. «Lo spirito della legge, entrò a dire mio zio, è, non è, insegna…;» io feci la sorda e mi attenni alla lettera.
Fu allora che il signor Leonardo trovò nel suo cervellino balzano la bella idea che ci ha condotti a questo punto.
—Signorina,—mi disse—se vi piacessi, come mi piacete, ci sarebbe modo di accomodar tutto senza scandali… Acconsentireste a darmi la vostra mano?—
Gliele diedi tutte e due ridendo, le pigliò ridendo, ci sposammo ridendo. Fu una vera fanciullaggine.
Per parte mia ero andata a nozze come si va in campagna, certa di annoiarmici un pochino, ma felice della libertà che mi aspettava, curiosa degli orizzonti nuovi che mi si promettevano, anticipando alla mia vanità di fanciulla tutte le dolcezze della domestica autorità di padrona di casa. Non pensavo allora che dalla campagna si ritorna e dal matrimonio no, e se pure ci pensavo qualche volta alla sfuggita, facevo dentro di me un ragionamento zoppo che andava a finire così: «tocca a Leonardo farmi felice, ci pensi lui!» Oh! sta a sentire come ci ha pensato.
Nei primi giorni, durante il viaggio, pareva proprio felice; andare di città in città, d'albergo in albergo, farsi trascinare in carrozza da un museo ad una pinacoteca, scendere da un monte per salire sopra un campanile, visitare i tesori dei santi, la corona di ferro, le mummie di non so chi—tutto ciò gli pareva delizioso; fu un'orgia pei suoi occhietti che non vedono più in là d'una spanna. Io lo osservava per le vie, quando camminava impettito, lungo lungo, colla testa alta, leggermente curvata indietro per impedire che l'occhialetto gli cadesse dal naso, e quando si fermava a pigliar le note nel taccuino per potersi ricordare di ogni cosa e parlarne poi al Circolo; vedevo un sorriso di cuor contento errargli sul labbro, e pensavo:—È innamorato, beato lui!…—
Allora mi davo la spinta coll'immaginazione e per un quarto d'ora m'innamoravo anch'io.
Non tardai ad accorgermi che in quella felicità apparente l'amore non entrava per nulla; la fatuità ne faceva tutte le spese. Leonardo era incantato di trovarsi in una condizione nuova, di sapersi spinto colla velocità dei convogli diretti attraverso paesi ignoti, di vedersi passare dinanzi tutta quella fantasmagoria di strade, di monumenti, di teatri e di musei; era insomma felice perchè non si annoiava e non aveva bisogno di pensarci. Al termine del viaggio l'uomo annoiato, frivolo, indolente, senza pensieri e senza sentimenti, ricomparve tal quale, anzi peggio della vigilia delle nozze. Allora fui impaurita. Scesi dentro di me e ci vidi un mondo sopito, frugai dentro di lui e non ci trovai nulla, fuorchè una perfetta soddisfazione di sè medesimo, una tranquilla coscienza del proprio valore. Allora mi domandai se era possibile passar la vita con un uomo che non comprendeva alcuno de' miei sentimenti, che non palpitava di nessuno de' miei affetti, non legato a me da memorie, da simpatie, da nulla, fuorchè dal codice—e mettendoci della buona volontà, risposi di sì, a patto di formare l'abitudine, di sostituire la condiscendenza all'amore, di far germogliare in lui qualche sentimento e qualche pensiero embrionale. Divenni… noiosa!
Lo riconosco. Per guarire la sua spensieratezza gli proponevo mille quesiti domestici da risolvere; per farlo uscire dalla sua fatuità gli facevo sfilare dinanzi una processione di fantasmi dell'avvenire. Non riuscii a nulla, nemmeno a seccarlo. Egli continuava a passare press'a poco il giorno al Caffè, la notte al Circolo.