—Voglio far testamento. Mi vuole aiutare?
Il notaio Cipolla rispose di sì, che voleva, perchè in fin dei conti era il suo mestiere; però che necessità aveva il signor Giusto di far testamento, quando gli si aprivano un'altra volta le sorgenti della vita, d'una vita lunga, perchè a giudicare all'ingrosso…. che età poteva avere il signor Giusto?… meno di quaranta….
—Trentasei… sonati.
—Dunque?
Ma detta questa ultima parola, il notaio si arrestò sbigottito forse di aver parlato troppo, o d'aver parlato male. Non era forse obbligo suo professionale predicare il contrario, dire ai giovani e sani: «testate fin che siete così: può venirvi il tifo quando meno ve lo aspettate, e avrete il rimorso di andarvene all'altro mondo senza aver accomodato a piacer vostro le cose di questo.»
Invece, tanto bene era entrata nel cervello del notaio l'idea che quel faro della pittura lombarda non avesse il becco d'un quattrino, che correggendo il suo pensiero di prima ne espresse un altro quasi consimile.
—Che necessità ha lei di fare un testamanto con l'opera di un notaio? Faccia un testamento olografo. Non sa fare? Le insegno subito… Un pezzo di carta qualunque…
No, no. Era inutile. Giusto voleva fare la cosa davanti a notaio e ai testimoni, e in carta bollata.
Il notaio Cipolla non fiatò più.
—Vorrei far subito.