Giusto non volle scommettere nulla e tornò nell'altra stanza a finire nascostamente la cosa incominciata. Baciò dunque leggermente la Madonnina addolorata, poi, senza parlare, scoccò molti baci sonori sulle guancie, sugli occhi, sulle labbra della sua innamorata. E alla fanciulla spaurita spiegò che faceva così per confondere i suoi ingrati eredi, i quali vorrebbero che non sposasse una ragazza capacissima di render nullo nella sostanza il testamento, senza incomodare in nessun modo il notaio Cipolla, e senza nemmeno intinger la penna nel calamaio.
—In che modo? interrogarono allo stesso tempo Cristina e Nina.
Giusto non lo volle dire.
X.
La notaia aveva un mucchio di ragioni, e se Giusto avesse scommesso qualche cosa, certo qualche cosa avrebbe perduto.
In fatti la domenica successiva, mentre il grande artista lavorava alla tela di prete Barnaba, la Madonna dei sette dolori abbozzata appena fece un miracolo. Entrò dunque il cugino Ippolito chiedendo permesso al manichino vestito di bianco, e senza aspettar risposta e senza perdere tempo in ismanie inutili, disse al pittore che egli non voleva saper altro, dopo tutto quello che i maligni gli erano venuti a dire.
«Chiedimi la mano di Cristina, e io te la do subito.»
Giusto balzò da sedere, e non abbracciò il parente misericordioso perchè aveva la tavolozza in una mano, nell'altra il pennello.
Ma anche perchè durava ancora nel suo cervello leale il vecchio scrupolo. Sì, non ostante Nina e Cristina, non ostante tutto, quell'artista ingenuo odiava l'inganno almeno almeno quanto amava la celia. E per spiegare e scusare il consiglio delle due fanciulle che egli metteva sopra tutte le donne dell'altro sesso, aveva già detto a sè stesso che in fatto d'amore le donne hanno un criterio speciale, e una lealtà sospetta.
Invece di ringraziare Ippolito con le parole che prime gli si offrirono, depose tavolozza e pennello sul trespolo, e fece ridere suo cugino.