E tuttavia lo studio di non ritentare più quelle ferite era anch'esso una ferita--nube lieve in un'immensa serenità di cielo, ma fatta anch'essa di vapori, maturava anch'essa il fulmine nel suo grembo.

Un giorno per l'appunto oziavamo colle nostre reminiscenze; richiamavamo cento inezie, cento fantasime leggiadre e care al nostro cuore, poichè ogni cosa è cara al cuore di coloro che si amano. "Ti ricordi? ti ricordi?" Era una festicciuola di memorie--pochissime meste, nessuna di dolore.

Eravamo giunti a un tempo poco lontano, ad una notte vegliata festevolmente in tre--Clelia, io ed Eugenio. Ed Eugenio--nessuno voleva dire questo nome; ella voleva risparmiare a me la melanconia delle idee che vi si associavano--io del pari. Ci guardammo in volto, poi chinammo gli occhi entrambi. Da quel punto il nostro cicaleccio languì; la festicciuola ebbe fine ben presto.

Ahimè! avevamo fidato troppo sulla nostra ragione; il cuore serbava ancora la cicatrice. Ricordavamo ancora di lui, fors'anco pensavamo ancora senza dirlo e senza avvedercene a lui.

Fu senza dubbio lotta gagliarda per mentire a noi medesimi; fu lotta virtuosa; accettata con nissuna speranza di vittoria, come gli inermi condannati accettavano nel circo la lotta colle fiere, ma fu menzogna. Da quel giorno la nostra apparente indifferenza non ci ingannò più. Il pallore delle mie guancie spuntava traverso la maschera gioviale; l'amore tradiva la gelosia. Così questo serpe fatale era arrivato per altra via sino al mio cuore, e vi infiggeva un'altra volta il suo dente avvelenato."

LIII.

"Clelia ammalò. Da qualche tempo io non aveva più visto fiorire sul suo volto le rose della salute. Non vi aveva posto mente da prima, però che l'abitudine di vederla ogni giorno mi aveva impedito d'osservare il mutamento che avveniva in essa, più tardi la reputai cosa passeggiera e pensai si sarebbe presto ristabilita. Non appena però appresi quanto il suo male fosse grave e come la costringesse a letto, mi rimproverai di aver lasciato correre sì lungo tratto di tempo senza richiedere i soccorsi della scienza, e malgrado le sue riluttanze volli chiamare un medico.

Il medico venne; non era cosa grave: una pleurisia falsa che non avrebbe resistito ad una breve cura.

Come udii questa buona novella respirai più libero, Nell'uscire il medico mi domandò se mai Clelia patisse qualche dolore, o ne avesse patito. E siccome non gli risposi subito, tentennò il capo ed uscì.

Rimasi sull'uscio immobile. "Dolori!" Sì, ella ne aveva patito; io stesso glie ne aveva cagionato di molti; io stesso dunque ero la causa del suo male.