Una sera io mi era recato secondo l'usato presso la contessa B., notai che Raimondo, che da qualche tempo s'era fatto frequentatore assiduo, non era venuto. La contessa me ne domandò notizie; risposi non averne; infatti in quel mattino egli non era stato da me. Il discorso si portò naturalmente sovra di lui; la signorina Clelia era seduta d'accanto e ci ascoltava. In quella entrò Raimondo. Fosse caso o istinto, i miei occhi s'incontrarono con quelli di Clelia; ciò bastò a farlo arrossire.
--Si parlava di voi, disse la contessa, ne dicevamo molto male, perchè temevamo che non veniste.
Raimondo si scusò con garbo; da qualche tempo avea fatto cammino nella galanteria.
Poco stante la conversazione nostra languì; Clelia non diceva motto--Raimondo s'era fatto tetro. Mi aspettava che secondo il suo costume di allontanarsi quand'era sorpreso da cotali malinconie, togliesse commiato. Ma con mia sorpresa egli stette. La contessa, che aveva in qualche pratica il cuore di lui, procurava distrarlo, ma inutilmente.
Un'ora dopo la signorina Clelia salutò la contessa, e uscì.
Raimondo non s'era quasi mosso; ma non andò guari che anch'egli lasciò l'adunanza. Io gli tenni dietro e lo raggiunsi.
VII.
Parve lieto che io l'avessi seguito; ma non mi palesò la cagione della sua mestizia. Credendo ch'egli volesse andarne a casa, lo accompagnai.
Durante la via non mi disse parola. Come fummo arrivati alla sua abitazione, feci atto di arrestarmi; ma egli passò oltre. Assolutamente Raimondo era distratto.
Attraversammo molte vie, sempre collo stesso silenzio--così di passo in passo uscimmo alla campagna.