Risposi essermi trovato anch'io nella camerata; avere per conseguenza cognizione del fatto e del suo autore; ma non volere per nissun conto denunziare chicchessia.
Gli occhi di Don Giuseppe schizzarono fiamme; Raimondo li teneva come prima abbassati al suolo.
Se non che all'improvviso Eugenio S... entrò in quella camera. Era egli uno scapestratello, sempre allegro, sempre pronto ai colpi di mano, ai chiassi; e perciò Raimondo ed io avevamo avuto poco a fare con lui.
Don Giuseppe gli domandò imperiosamente che cosa venisse a fare senza essere chiamato. Rispose con accento fermo essere venuto ad indicare il nome di colui che aveva commesso il furto del giorno antecedente.
Raimondo ed io ci guardammo sorpresi. Sapevamo entrambi che egli stesso n'era stato l'autore, e stentavamo a dar fede a tanta codardia.
Nessuno di noi aveva in pratica il cuore d'Eugenio S...; però temevamo ch'egli venisse per riversare sovr'altri la propria colpa, non potendo immaginare che avesse intenzione di abbandonarsi all'ira di Don Giuseppe.
Ma il nostro stupore fu tanto più grande, quando udimmo quel giovinetto palesare coll'impudenza della sua età la sua colpa, ed implorare con aria di canzonatura il perdono del sorvegliante.
Quell'atto lo riabilitò ai nostri occhi. Compresi che Raimondo aveva concepito per lui in quell'istante una grandissima stima--nè io ne fui geloso, lusingandomi di poterla dividere.
Fummo posti tutti tre nel camerino di riflessione; e per tre giorni tenuti al semplice regime di pane ed acqua.
Non appena ci trovammo soli, l'irresistibile tendenza d'espansione che la natura ha chiuso nel petto degli uomini ruppe la giovane barriera che la chiudeva.