Ammuttolì d'improvviso e si cacciò il capo fra le mani con un moto disperato. Compresi come il risvegliarsi di quelle memorie così tristi lo avesse commosso. Però mi tacqui, pensando che forse ciò gli avrebbe guadagnato un intervallo più lungo di quiete.

Non andai errato nel mio pronostico; e siccome io aveva continuato a guardarlo sott'occhi, vidi ben tosto che egli risollevava il capo.

Aveva il ciglio asciutto, nè vi si scorgeva traccia di lagrime versate; pure egli aveva pianto. Alla guisa del leone ferito che cancella il sangue caduto sulla sabbia del deserto, egli aveva nascosto il suo dolore.

Raimondo aveva del leone e del fanciullo --ruggiva o piangeva. Arcano impasto di gagliardia e di debolezza, le sue guancie conoscevano il rossore della vergine, i suoi occhi avevano i lampi della collera. A quel subitaneo e risoluto drizzarsi della sua testa orgogliosa, a quel guardarmi in volto fisso, alla frequente ansia del suo petto, mi si rivelò tutta la selvaggia natura di quell'anima di fuoco. E pensai quanto dovesse essere grande il suo dolore, perch'ei ne fosse così vinto, quanto grande l'amore che egli aveva educato nel suo cuore per Clelia, e quanto atroce la sciagura che gliela aveva ritolta per sempre.

E tuttavia io non fui pago; e dissi a me stesso che ciò non era tutto, che la battaglia di cui io vedeva le rovine aveva dovuto essere non solo tremenda, ma lunga --che la potenza dell' urto improvviso era grande, ma che il petto di Raimondo vi avrebbe resistito, se una lotta continuata non ne avesse prima travagliato e paralizzato le forze.

Per qualche tempo Raimondo non disse motto; io dal mio canto taceva. Le fiammelle del candelabro guizzavano dinanzi ai nostri occhi, mescendo il loro debole crepito al nostro respiro.

Mi trassi più presso al mìo amico, ed appoggiai le mani sulle sue ginocchia. Egli mi guardò, lasciò cadere il capo un istante, poi lo rialzò d'un tratto, e prese a narrarmi la storia del suo dolore.

XXVIII.

"Sono oramai cinque anni--te ne ricordi? Ci separavamo con mestizia, ma senza gran dolore,--la felicità mi facea sentire meno l'affanno della tua partenza--il pensiero di sapermi felice e un cotal poco la compiacenza d'essere tu la cagione della mia pace ti rendeano forse meno amara la solitudine in cui andavi a cacciarti.

Non ho mai dimenticato quel giorno; non lo dimenticherò forse mai; e tuttavia sebbene io tenti talvolta a gran fatica di rappresentarmene agli occhi l'immagine, non so riuscirvi--al mio quadro manca sempre qualche cosa. Che mai? un po' di pallore sulle tue guancie e un po' d'abbandono nei tuoi passi vacillanti forse.... no in fede mia non è questo. Io so troppo bene che un pittore non potrebbe aggiungere un solo tocco di pennello a completare la mia immagine--ma tuttavia è imperfetta. Forse è l'anima mia che è monca; forse il velo dietro cui si è celata la mia esistenza è troppo fitto, e il passato che io scorgo attraverso non difetta che di luce. Ah! quest'ombra immensa, questa nebbia che mi circonda, che mi preme come una cappa di piombo, e di cui la mia anima neghittosa si compiace! Invano ho tentato talvolta di sollevarmi, di uscire dalla bigia atmosfera in cui vivo per guardare ancora una volta il sole. E mi sono detto che vi ha forse ancora qualche dolore più grande del mio che trabocca dal petto degli uomini, e che io devo portarvi il mio cuore a raccoglierlo. Ma anche l'entusiasmo del sagrifizio si è spento in me--sono diventato egoista, non già per paura, ma per inerzia--ingeneroso senza essere malvagio; incapace di gran male, ma incapace ad un tempo di bene.