VOLUME II

MILANO
E. TREVES & C. EDITORI

1869

Tip. Internazionale.

XLVI.

"Quella notte Clelia ebbe la febbre.

Io non saprò dipingere mai lo stato del mio animo in quel giorno fatale. Pensavo ad Eugenio, alla stranezza della condotta di Clelia verso di lui, alle parole brusche che io le aveva diretto; mi sentiva commosso dalle lagrime che aveva visto, pauroso dello stato in cui Clelia si trovava, e poichè tutte queste sensazioni si avvicendavano così rapidamente da confondersi, e non concepiva colla mente il nesso che le legava, io me ne rimaneva sbigottito meglio che offeso, senza avere la forza di perdonare, e senza sapermi dare ragione della mia durezza.

Aveva ella pianto per i miei rimproveri, ovvero per la cagione stessa che li aveva provocati? Se le mie parole erano state dure, ella doveva comprendere troppo bene che non v'aveva parte il mal animo--nè io le aveva detto cosa tanto acerba da cagionarle così gran dolore--e se ella aveva coscienza dell'ingiustizia dei suoi modi, il rimprovero doveva parerle meno amaro. La colpa subisce il rimprovero, l'innocenza solo ha diritto di piangerne. E come se questa matassa non fosse ancora ingarbugliala abbastanza, a crescere lo scompiglio del mio cuore agitato, mi rifeci al primo pensiero che m'era venuto, e domandai a me stesso perchè mai Clelia si mostrasse ancora insofferente di Eugenio--e me ne strussi indarno.

Nè d'altra parte io era certo di non illudermi--potevo aver scambiato i suoi sentimenti e falsatane la natura--quell'apparente freddezza con cui ella accoglieva Eugenio, poteva essere un effetto indiretto d'un'altra causa ignorata. E quale era mai questo segreto? e perchè un segreto con me? d'onde mai era venuta la forza che aveva separato l'inseparabile, disarmonizzato l'armonia perfetta, allontanato i nostri cuori che avevano per tanto tempo confuso i loro battiti e diviso tutta la loro potenza d'amore?

Ebbi la febbre anch'io--la febbre del dubbio; e mi trassi al capezzale di Clelia coll'anima lacerata.