In un cantuccio dell'ampia sala è preparata una mensa per cinque.

Martino Bruscoli da il segnale; seggono: il vecchio babbo a capo di mensa, Donato accanto a Costanza ed in faccia al… fante di picche. Ah! chi gli avrebbe detto allora che la partita formidabile doveva andare a finire così!

La sala si popola di forestieri, di comitive ciarliere o taciturne; bisogna essere felici a bassa voce, perchè della tranquilla gioia non esali nulla, non si perda un bricciolo.

Il desinare è splendido; alle frutta, Martino Bruscoli fa un brindisi all'ingegnere, ma l'ingegnere è distratto; protetto dalla complicità della tovaglia, egli si è impadronito colla destra della manina manca di Costanza, e tutta l'anima sua è sotto la tavola.

Alla sera si parte insieme; e giunti a Romanò, il signor Martino sbottona il farsettone, leva una busta chiusa e la dà a Donato, dicendogli:

«È un regalo per la laurea.

Donato rompe il suggello ed estrae dalla busta un omicciatolo magro e nervoso, con un giustacuore nero ed un casco metallico.

«Lo serberò prezioso, dice egli arditamente, ma non mi basta: signor
Martino Bruscoli, le domando la mano di sua nipote…

E il signor Martino Bruscoli esce a ridere, chiude un occhio e risponde:

«Mariuolo d'un ingegnere… non hai fatto i tuoi comodi, non te la sei presa?… O credi che non ti abbia visto perchè ci era di mezzo la tovaglia?