VIII.
Ci aspettava in giardino il più vago spettacolo che possa offrire l’umanità agli occhi d’un osservatore maturo: il rossore sparso sopra una faccetta gentile, e fra due baffi neri, il sorriso della tentazione contenta.
Nessun bisogno di spiegazioni per intenderci.
— Babbo Brighi, diss’io tentando con lui l’impossibile, cioè un amplesso, babbo Brighi, i nostri voti si compiono...
Non dissi altro, perchè vidi in faccia a me Toniotto, pallido come un cencio, e mi parve che avesse una gran voglia di piangere.
Allora me gli accostai, ma appena gli fui accanto, mi volle far credere che gli fosse entrato il fumo negli occhi e buttò via la sigaretta. Bisognava rispettare quel pudore, e gli consigliai gravemente l’acqua fresca.
— Non ci è di meglio, dissi; tenga aperti gli occhi nell’acqua, e li risciacqui senza timore.
Il poveraccio accettò il mio consiglio, ed andò a piangere liberamente nella catinella.
Un quarto d’ora dopo passeggiavamo nel viale, Concettina appesa al braccio poderoso del suo futuro suocero, io accanto ad Orazio, che mi apriva ingenuamente il suo cuore.
— Le ho sempre voluto bene — diceva (a Concettina, s’intende) — appena l’ho vista, l’ho amata; essa era bambina, e mi veniva innanzi a recitarmi le poesie, girando di qua e di là gli occhi furbi, sollevando un braccio dopo l’altro, e facendo l’inchino strisciato all’ultimo, ed io sentiva già che quella creaturina mi apparteneva e che doveva crescere per farmi felice.