Qui non era luogo a mezzucci, a piccole bassezze; conveniva affrontare gli avvenimenti e decidere apertamente: o l'abbandono schietto od il matrimonio.
Il tormentoso dilemma durava ancora, quando venne la notte.
Raro è che le anime deboli, come quella del nostro eroe, non subiscano il pauroso dominio delle tenebre. Quella notte, divisa tra i vaneggiamenti dell'insonnia e le larve di sogni agitati, fu lunga, e parve eterna.
Balzando giù dal letto prima dell'alba, Riccardo aveva preso il suo partito; all'alba, abbandonato l'albergo, galoppava in un calesse verso Milano.
LXXXI. Riccardo a Camilla.
«È la terza volta che vengo a Laveno e che non sei in casa. Così almeno mi si dice, ma non l'ho creduto, come puoi immaginare. La mia insistenza ti dica che devo parlarti di cose gravi; non volere che io ritorni la quarta volta inutilmente.»
LXXXII. Riccardo a Camilla.
«Il vostro contegno è inesplicabile, e mi offende. Sarò nondimeno più schietto di voi, e vi dirò l'animo mio. Una fatalità pesa sul nostro amore. È inutile indugiare: noi dobbiamo uscire da questo labirinto, e non vi sono che due vie: l'abbandono od il matrimonio.
«Scegliete.»