«Ti ho parlato della mia cognatina? Sì, te ne ho parlato. Ti ho detto che è bella? Mi pare di no. Ebbene, sì, è bella, molto più di me, molto. Ho pensato per un momento che potrei diventarne gelosa, ma è maritata...
«Mia cognata mi fa ricordare mio fratello. Sappi adunque che egli arriverà fra otto giorni dall'Olanda, dove pare che abbia fatto un ottimo negozio di stagno. Tutto è pronto per riceverlo. Io sono fuor di me dall'allegria, mia cognata, pazzerella, ride tutto il giorno, perfino la zia Angelica sbadiglia meno del solito, e fa qualche piccolo furto alle sue ore di sonno. Nondimeno in questo momento io la sento russare; ne avrà per un pezzo.
«In una parola, dacchè la cognatina è ritornata dai bagni, la nostra casa si è trasformata, e ora che anche mio fratello deve riunirsi a noi ci par di abitare un Eden... addirittura.
«Se tu vedessi il mio giardino? Ci ho dei geranii doppi e delle verbene pezzate da far invidia; ho una vaniglia che aveva undici punte in fiore; io ne ho tagliata una per mandartela; ho sensitive, camare, asclepiadi, canne... Se tu vedessi!... Che dico? vedrai; devi vedere, e presto. Ho già il mio disegno e non vi rinunzio proprio. Appena arriva mio fratello gli salto al collo, lo bacio, poi mi fo seria in viso e gli domando un colloquio segreto. Egli sorride, acconsente, e io gli dico che ti voglio bene, e che bisogna sposarci subito subito. Mio fratello è buono e troverà che facciamo bene; allora tu vieni in casa nostra e... e vedrai il mio giardino. Che te ne pare? Non dire di no, non cercare di distogliermi; è un partito preso, non vi è rimedio.
«È tutt'uno. S'ha a fare prima o poi? Meglio prima che poi. Ma già, io m'affanno a convincerti, mentre tu la pensi come me. Parliamo d'altro.
«E di che altro ti ho a parlare? Mi si confondono così le idee, che non mi raccapezzo più, e ne avevo cento da dirti. Ma è quasi mezzanotte; la zia Angelica continua a russare spietatamente.... Vado alla finestra a salutare le stelle, e poi a dormire, a sognare di te. Addio.»
VI. Riccardo a Bice.
«Non accusarmi perchè non ti ho scritto prima d'ora. Se tu sapessi quanto bene mi ha fatto la tua lettera! Se tu potessi leggere nelle torture del mio cuore! Ma non puoi comprendere, buona creatura, non puoi. La tua anima innocente non sa sentire se non l'amore, la tua mente serena non sa pensare altro che l'amore, il tuo labbro ingenuo sa solo dire l'amore. La natura mite, l'età inesperta e facile ti hanno risparmiato finora gli amari frutti della vita; tu sei fuori della vita, tu sei al disopra della vita. Le tempeste mugghiano ai tuoi piedi senza nemmeno sfiorarli; tu sei la fata di questo oceano burrascoso.
«Il cielo non voglia che tu possa mai comprendere lo strazio che può dare l'amore. Sono otto giorni che io divoro in segreto le mie smanie; otto giorni che mi propongo di ricercare sollievo nello scriverti, e che un sentimento di egoismo me ne trattiene. Soffrire in segreto, soffrire solo, alimentare lo spasimo collo spasimo — la più terribile e insieme la più dolce delle torture, l'acre, la irresistibile voluttà dei dolore!
«E se ricerco le cause che hanno suscitato le mie smanie, non posso se non sorridere della mia debolezza. Non di meno ho sofferto, soffro, e uno sgomento indefinito domina il mio spirito.