A Salvatore Delogu — Roma.
Natale, 1888.
Salvatore mio caro,
Come vedi, ho scritto un’altra novella che tu giudicherai almeno almeno curiosa, perchè si compone unicamente del Prologo e dell’Epilogo d’un gran romanzo, il quale ognuno di noi, più o meno, ha vissuto.
Ragioni d’arte che non sto a dichiarare, ma che tu intenderai senza fatica, mi avevano consigliato fin da principio a non disporre questo romanzo in capitoli, e in ultimo a tacerlo, accennandovi solo da lontano il tanto che bastasse a illuminare lo studio psicologico. Vorrei dire lo “studio filosofico„ se non avessi paura di far la voce troppo grossa, chè si sa bene essere la filosofia e la poesia e qualunque cosa altissima negata sopratutto a chi fa il romanziere, negata non tanto dai profani di lettere, ma da molti burbanzosi che di lettere insegnano dalla cattedra. Dunque il mio romanzo è lasciato all’immaginazione del lettore, il quale non stenterà a farsene uno con le traccie che gli ho dato; io ho scritto solo il principio e la fine.
Tu leggi con la bontà che mi hai sempre dimostrato, pensando che se la mia scrittura non avesse altro pregio, questo ha almeno agli occhi miei d’essere intitolata a te, che, fra i molti amici cari, sei uno dei pochissimi avanzati. Gli altri sono morti o peggio che morti. Così ti siano risparmiate le afflizioni, e concessa lunga vita ai tuoi affetti.
S. FARINA.
PROLOGO I.
Il primo a svegliarsi nell’ampio dormitorio, era sempre Desiderio; quando entravano per i finestroni le luci smorte dell’alba, il piccino si era già messo a sedere sul letticciuolo ad aspettarle, e per non ricadere nel sonno, aveva contato i letti del camerone, che erano trentadue, oltre quello del sorvegliante, in fondo in fondo, sotto l’immagine della Madonna.