Ma dal canto suo non abbandonando mai la mano di Bianca, anche Mattia aveva notato il passo incerto e un po’ sbilenco della bimba.

Quando furono in salotto e il vecchio si fu accomodato nel canapè:

— Ora lascia che io ti veda, disse; mettiti qua, fra le mie ginocchia. Così.

Dopo aver tastato le mani, le braccia e il torace miserino della nuova figlia, Mattia ripetè che voleva vederla proprio.

— Cominciamo di qui, annunziò celiando; e la bambina sentendosi afferrare il nasino, rise molto.

Fu una lunga carezza; la mano leggiera dell’artista glorioso passò sugli occhi, sulla fronte, sulle orecchie, sulla bocca e sulle guancie della bambina. Poi si cacciò accortamente fra i ricciolini biondi, e all’ultimo accostò al petto la testina che continuava a ridere.

Sofia stava a guardare melanconicamente.

— Ora che ti ho vista bene, voglio che tu sappia chi sono io. Io sono il babbo.

— Il babbo? domandò la piccina incredula.

— Sì, il babbo; non ti è stato mai parlato del babbo?