Lettera aperta all’amico e collega carissimo
GIOVANNI FALDELLA
Ti ricordi? Un giorno del passato anno, girellando per la campagna soleggiata dall’arte, contenti di trovarci insieme, molto lontani dagli stradoni polverosi dell’accademia, i quali tratto tratto, per un acquazzone di arte novissima, diventano pozzanghere, si venne a dire della distinzione che fanno taluni fra la letteratura amena e... quell’altra, che è poi la letteratura grande, dotta, illuminata e seria.
Si espresse il sospetto che quella letteratura massima nel più dei casi non sia grande se non nell’arroganza; e io andai fino ad affermare che qualche volta è semplicemente buffa, e tu mi desti ragione. Corroborammo poi l’affermazione con esempi e con risate, che fecero ammutolire le cicale negli alberi vicini.
Si passò poi in rassegna tutta quanta l’arte, per arrivare di buon passo all’arte nostra. E qui ci fermammo volentieri, essendo tutti e due d’accordo nel lamentare l’imbecillità di certa critica solenne, che va in giuggiole, o almeno dice, quando può ripescare negli archivi una novella sconclusionata, in cui non è pensiero, nè arte, e nemmeno stile; nel compatire allegramente un arrogante illustre, il quale un giorno negò ogni valore alla prosa per conceder tutto alla poesia, e un altro giorno disse ira di Dio del romanzo e dei romanzieri, mettendoci tutti in un fascio, e arriverà finalmente, se pure non è arrivato, a dire che l’arte è... lui soltanto.
Ma come mai, dicevamo, si può esprimere sul serio questa disistima per una forma letteraria? Che il romanzo sia una forma amena e popolare, potrebbe sembrare un disastro alla gentuccia letteruta (come scrivesti tu) la quale non si pasce se non di radici; ma chi ha appena un dito di cervello sotto il cappello a stajo non stenta a riconoscere che se tutte le forme letterarie possono dire qualche verità, il romanzo può dirne più delle altre, unicamente perchè è più ascoltato.
Per contro è verissimo che questa popolarità della forma narrativa, ha allagato l’Italia di racconti in cui, tolto il titolo solleticante e la favoletta inverisimile (e appunto per ciò data per vera), si nota peggio che mai la grave malattia di cui la letteratura italiana, a essere sinceri, è afflitta da parecchi secoli: l’anemia del pensiero.
E non bastando il diluvio di romanzucci piovuti in Italia, vi è il guajo dell’inondazione, perchè le Alpi non sono dighe abbastanza sicure da non lasciar straripare il romanzaccio.
A dir poco, due milioni di quasi analfabeti si nutrono quotidianamente del fatto vario del romanziere famosissimo e francese che cento giornali imbandiscono in appendice, timorosi che un cattivo giorno di magro possa essere troppo scarsa la cronaca dei fatterelli grassocci e pepati, fornita dai tribunali e dalla questura. Niente di male, dicevamo noi. Non pretendendo che i direttori di giornali si piglino la scesa di capo di correggere il gusto del pubblico, arrivavamo fino a dire che il lettore arguto forse si forma a poco a poco, potendo essere benissimo che fra cento spugne di appendici, si prepari un cervello che capisca e gusti.
Solo ci doleva che certi grossi critici (ahi! tanto grossi!) avessero a sentenziare della forma romanzesca, badando solo a qualche appendice di giornale capitata loro sott’occhio, mentre per noi era chiaramente dimostrato che quella sorta di critici, peggio se illustri, non si sono degnati mai di leggere tutto un libro ameno, e farvi poi un pensiero serio.
Quel giorno le cicalate finirono con la conclusione che chi facesse l’esperimento di scrivere la novella o il racconto ad uso soltanto del lettore che pensa qualche volta, correrebbe il rischio di non trovare più nemmeno i lettori, i quali non vogliono assolutamente pensare mai.