Fui tolto alle mie meste fantasie dal suono d'una voce che partiva dalle camere di Carlotta. M'accostai all'uscio che era rimasto socchiuso; la voce pareva venire dal fondo della camera; era d'uomo. Non potei vincere la mia curiosità; ahimè, era certamente assai più che curiosità! appoggiai la testa contro l'uscio, ed ascoltai vergognando della mia debolezza.
Erano due voci, e parevano contendere; l'una più robusta, più imperiosa, ed era quella d'un uomo; l'altra supplichevole e fioca, d'una donna, forse di Carlotta. Un freddo sudore spuntò sulla mia fronte; tesi l'orecchio per ascoltare, ma le parole non giungevano fino a me che stentatamente.
— Verrete? domandava quell'uomo, e l'altra replicava fra i singhiozzi.
— Verrete? insisteva il primo.
Mi venne in mente che fosse lui, il cavalier Salvani; e immaginai Carlotta pallida, lagrimante, stretta dalle mani audaci di quell'uomo.
La pietà me l'imponeva, il mio amore me ne dava diritto; posi la mano sulla maniglia della porta, e feci per entrare.
— Verrete? ripetè ancora una volta quella voce.
Un gemito straziante le rispose, poi alcuni passi affrettati, poi più nulla.
Mi appoggiai al muro un istante, e tentai invano di ricompormi.
Carlotta entrò; la salutai freddo, ella sorridente. La guardai negli occhi; aveva pianto... Mio Dio! Mio Dio! E quell'uomo dunque? ah! è cosa da perdere la ragione...