Mi salutarono per i primi; il rossore mi salì alle guancie.
Domandai notizie della salute di Carlotta, balbettai alcune scuse per non essermi più recato in casa loro. Non udii le loro parole di rimprovero; ma mi parvero tali. Dolci rimproveri!
Quel signor Verni è proprio una carissima persona, e sua moglie così bella! Io vorrei pure amarli entrambi...
Mi accompagnai un breve tratto con essi, e vollero farmi promettere che sarei andato a far loro visita. Promisi. Poteva io non farlo?
Ed ora? Tutt'oggi non ho fatto che pensare ad essa: ho ripetuto mille volte ogni sua parola. È così dolce la sua voce! Ne sento ancora l'armonia, come fremito d'arpa lontana. Ho dimenticato i miei passeri; il loro cinguettìo mi è indifferente, quasi importuno; e se penso alla gioia d'essere amato da quella donna e udirlo ripetere dalle suo labbra... credo che impazzirei.
E dire!... ah, perchè non posso io contemplare un istante questa cara visione, senza che vi si mesca quell'orribile pensiero? E se io la calunniassi, se non fosse lei quella che ho veduto? Incertezza crudele.
Ritornerò, sì, ritornerò nella sua casa; un'ultima volta, e ti prometto che avrò fatto prima le mie valigie. E sarò teco a dividere la solitudine di quel dannato paese più presto che tu non immagini; e ci consoleremo a vicenda».
XIII.
Silvio lasciò passare alcuni giorni senza sapersi risolvere a ritornare in casa di Carlotta.
Se avesse dovuto ascoltare la voce della sua passione, egli vi si sarebbe recato molto prima, e già più volte era stato per arrendersi al desiderio; ma poichè egli aveva promesso ad Eugenio, e più a sè stesso, che quella visita sarebbe stata l'ultima, non aveva ritrovato ancora dentro di sè tanta forza da appigliarsi a quell'estremo partito.