Suonava il mezzogiorno, e Silvio lottava tuttavia col suo demonio senza grande vantaggio; un'ora dopo le condizioni della lotta parevano promettergli la vittoria; alle due la battaglia era vinta, e Silvio saliva le scale dell'abitazione di Carlotta. Era pallido o stravolto, ma fermo.

Carlotta era uscita con Giovanni; solo la cameriera era in casa.

Buona figliuola in tutto, non faceva torto al ceto cui apparteneva, e chiaccherava volontieri. Silvio non ebbe ad ascoltare molto, che ne seppe abbastanza.

Uscì e si diresse verso il cimitero. Uno stretto sentiero dietro la casa vi guidava abbreviandone la distanza. Quel sentiero era poco battuto, e vi spuntava un'erba gialliccia, coperta ancora della brina che l'ombra della casa aveva protetto; fatti pochi passi appena, riconobbe le pedate di due persone: Carlotta e Giovanni senza dubbio. Più in là la brina era stata disciolta dal sole, cosicchè le traccie del piede di Carlotta diventavano quasi impercettibili; il piede di Giovanni aveva stampato orme più profonde... Silvio esaminava tutto ciò con una attenzione che era presso alla puerilità; il suo spirito smarrito aveva perduto la coscienza di sè medesimo.

In breve giunse dinanzi al cancello di ferro del ricinto.

Era un piccolo campo seminato di croci, circondato da quattro mura poco più alte di un uomo, e da un doppio giro di cipressi. Sul cancello era scolpito un teschio con due ossa incrociate, e l'iscrizione: Hodie mihi, cras tibi.

Sui pilastri che reggevano i battenti erano due lapidi di marmo bianco; in una di esse si leggeva un versetto dei salmi di Davide, scritto a matita, e più sotto una data ed un nome, un nome di donna....

Silvio lesse e sorrise tristamente.

Spinse il cancello, che girò sui cardini senza rumore, ed entrò nel recinto.

Un grido troncò la sua atonia — quel grido era di Carlotta...