Risollevai il capo come una regina; sentivo in quel momento un orgoglio che mi veniva dalla coscienza, orgoglio nobile e grande, l'orgoglio della virtù caduta che si risolleva pentita.

Poco dopo il notaio si rivolse verso di noi; il signor Verni mi lasciò sorridendo, lacerò il guanto della mano destra ed appose la sua firma al contratto.

In quel punto Giovanni si affacciò alla portiera; non so qual voce favellasse dentro di me — arcana voce e fatale; mi levai rapidissima e gli mossi incontro.

— La lettera? domandai agitata.

— Ho corso tutta Milano inutilmente.

Ciò che io provai a quella notizia inaspettata non è descrivibile.

Tutte le torture che mi avevano straziata si rinnovarono in un punto. Quella lettera che io credeva nelle mani di lui ritentava ancora una volta la mia debolezza. La fatalità mi trascinava alla colpa. Mi balenò in mente il pensiero di interrompere la cerimonia, di svelare tutto in quel momento. Mi rivolsi; tutti gli sguardi erano fissi sopra di me; il notaio aspettava colla penna in mano; il signor Verni mi sorrideva e mi faceva segno che era venuta la mia volta.

Avrei io sfidato la maligna curiosità di tutti quegli sguardi allora così benevoli? avrei io rinunziato per sempre a quella felicità che mi attendeva?... Io lo dovevo, sì, lo dovevo; la mia coscienza parlava assai chiaro; ma il cuore, questo misero cuore affranto da tante lotte!...

Non fu che un baleno; il pensiero che quella lettera potesse pervenire nelle sue mani troncò la mia irresolutezza.

— Dov'è la lettera?