La riceveva l'uomo lontano, la respirava.

S'io guardo e carezzo un volto amato, la vita si sospende in noi e intorno a noi. S'io prendo fra le mie braccia colui che amo, e con lui mi fondo, la vita che clama nel nostro sangue non è già più dell'una nè dell'altro. Ma s'io parlo, sola a solo, s'io scrivo su un foglio che soltanto due occhi oltre ai miei leggeranno, veramente io mi trasmetto, qualcosa di me per sempre passa in te, ch'io non riavrò più mai, che tu porterai con te nella morte....

Amato, sei lontano, tutte le tue ore io non posso che figurarmele, per la mia sete. Guarda, è il mattino, ed io sono nell'orto, con la treccia su le spalle, e sembro la sorella di mio figlio, ma negli occhi la notte non m'ha lasciato che orrore. Pur rido al bambino, rientro con lui in casa le braccia colme di fiori e di verde, e nell'ombra silenziosa ci stringiamo, poi io lo faccio leggere sillaba per sillaba, gli guido le dita a scrivere. Le ore passano, il piccolo è stanco, va a giocare, io resto sola. La posta non mi porta nulla di tuo, neppur oggi. Da tanti giorni! Perchè ti amo? Rammento appena il timbro della tua voce, come l'intesi dietro a me una sera che mi scorgesti nell'atrio d'un teatro in città e mi salutasti lieto.... Perchè ti amo? Non so il tuo bacio, non ho mai visto in fondo al tuo sguardo. Nè m'hai detta mai nessuna parola che mi sia penetrata nello spirito rivelatrice, fecondatrice. Ma, vedi, sei libero, sei giovine, hai tremato al mio accento: e io ho sentito, appena ho cominciato a parlarti, ecco, che potevo farti la vita più forte e più grande, e forse farti felice: ho sentito che c'era in me la potenza di far felice un uomo. Prima non sapevo questo. Non sapevo che il mio istinto era di dar felicità, e di amarmi in un essere felice anche per mia virtù. Quanto gelo, nonostante i miei venti anni e il mio bimbo e la passione e l'orgoglio per lo sforzo mio e per tutto lo sforzo umano! Non sapevo che cosa mi mancava: un'anima, dove la mia anima si riflettesse. Amore, intimo specchio, amore che mi trovi bella! E quando mi scorgi sei beato. Non sottrarti, non fuggire! La vita comincia adesso, per te come per me. Ti amo, vedi, per la tua esitazione da vincere, per la tua stanchezza da guarire, per le tue accorate e vane nostalgie a cui oppongo il fervore dei miei presentimenti: ti amo per quel tuo smarrito stupore s'io ti parlo e ti esalto la vita. Amo quel che tu puoi divenire se credi in me. Hai fede? Sono una piccola donna, remota e ignota, ma la mia volontà di conoscere e di creare è più vasta e più intensa della tua. Se tu mi dai la mano, anche così da lontano, la mia volontà passa in te. Questo brano, se anche null'altro avvenga. Che tu creda a questo mio cuore come a cosa che arde più del sole, e che tu sappia, di giorno e di notte, ad ogni istante, che i miei occhi, pur nel sonno, hanno la visione del tuo sorriso; il tuo sorriso, che forse non fiorirà mai presso il mio volto; un sorriso fiero, o mio amore....


Amore, speranza di miracolo! Potenza in te dormiente, perpetua attesa del tuo risveglio!

Gli ulivi al sole son d'argento e fremono e fervono: grandi azzurre acque si stendono di là dalle rame brunite; e un brivido le sfiora. Il volto del mondo non è mutato da quando io avevo quindici anni e non muterà fra mille: raggiante e silenzioso mi guarda più ch'io non lo guardi; mi guarda, piccola ma sola, viva per poco ma nuova sempre.


Evocavo per l'amore la bella adolescente ch'ero stata. E improvvisa la mia necessità fu di dire, per la prima volta, come quella mia adolescenza era stata uccisa. Sogni di vergine ch'io non ebbi il tempo di sognare, nubilità che non conobbi, mia violata vita! Doveva venire l'amore perchè io comprendessi finalmente. Ma senza onta e senza livore. Nè era per suscitar pietà nell'amato che gli confidavo la feroce tristizia della sorte subita tant'anni innanzi. Non volevo esser compianta, quella sorte non m'aveva distrutta, e non m'impediva ora di denudarmi idealmente, di compiere le vere mie nozze con lo sposo degno di saper tutti i miei secreti....

Lettera nuziale, scritta in una notte di maggio, in una stanza d'albergo solitaria, e dopo che fu scritta una vertigine m'abbattè la fronte sulla tavola, sentii uno strano sapore in bocca, e realmente un rivolo rosso m'uscì dalle labbra, tinse il margine dei fogli.... Sangue misteriosamente affiorato col getto dell'anima, lettera consacrata....

Quando mi rialzai andai alla finestra. Da una linea dolce di colli inselvati di cipressi l'alba sorgeva, argentea: un fiume scorreva verde fra tenui veli. Arno! Arno! Il vento mi passava fresco tra le ciglia, dissipava ogni senso di malore. Ero a Firenze per la prima volta, sola, per un impreveduto caso. Sarei ripartita la dimane, ansiosa di riveder mio figlio. Pur dianzi la morte forse m'aveva rasentata, in quella stanza di locanda, china su un foglio dove, se la morte mi prendeva seco, occhi estranei avrebbero scoperto, irridendo e profanando, tutto ciò ch'io ero stata.... Perchè non tremavo?