IL PECCATO.
Sette anni. Un albero di folto fogliame.
Le foglie, giorni, ore, attimi, han bevuta la luce, tutta, si son lasciate, tutte, penetrar dall'aria. Nulla che non sia stato in pienezza sentito e consumato.
Che cos'è la nostalgia? Richiamo desolato di emozioni interrotte, stroncate, di cose intravedute e non possedute, di luoghi e di età a cui non potemmo darci interi. Io non ho nostalgia della mia perfetta infanzia, l'ho della mia adolescenza trafugatami. I mesi in cui allevai il mio bimbo, se in mente li rivivo, appassionati e radiosi, stolto sacrilegio sarebbe rimpiangerli. Così non soffro, ora che è chiuso e lontano, pensando al tempo in cui Andrea ebbe per me la sua vita paga e colma. Quando lo sentivo felice, e n'ero ebbra. Quand'ero giunta, oh istinto della donna, istinto abnegante, per lui liberare dai mostri del dubbio, da ogni paura del passato, ad avvelenarne le vene mie create sane. Che per lo spettacolo del mio tormento egli si sentisse più certo della propria gioia, poi che tale era la legge dell'anima sua! Un rantolo sfuggitogli una volta, quanti doveva generarne nel mio petto: E gli dicevo: «Se qualcuna delle donne che hai desiderato, se l'ultima, ecco, apprendesse da me ad amarti e ti si offrisse, oh mia vita, non farei un moto per trattenerti....». Gli dicevo: «Come posso illudermi di bastarti, e che tu abbia dimenticato tutte le altre, quelle che non ti si son date e pur affermavano di volerti bene, quella ch'era vergine e aveva le guance di pesca, l'altra ch'era fastosa dominatrice, e questa, questa ch'è qua vicino, che ha l'arma ch'io non avrò mai, l'ironia su labbra sottili?». Le compiangevo di non averlo saputo adorare. Vissero nelle mie allucinazioni, esse che m'ignoravano, vissero esaltate e beate or l'una or l'altra, ringraziandomi e schernendomi. Io che non avevo mai assolta in cuor mio mia madre d'aver perduto per gelosia la potestà su sè stessa, infinite volte mi sentii a mezzo il sonno svegliar in tortura, chiamata da un'acqua profonda per sottrarmi alle fiamme, com'ella certo il mattino in cui si gettò dalla finestra sul selciato.... «Bisognava resistere, mamma!» ferocemente io le avevo gridato quand'ella fu salva nel corpo ma per sempre colpita dentro la fronte. Ah tutto che senza pietà, inesorabile come la luce, pretese in me lo spirito dalla forza umana, tutto venne a me stessa via via dal destino proposto, tutto dovetti con me stessa col mio sangue dimostrar possibile!
Non scagliar pietre, giovinezza senza peccato!
Libero, non più tremante, egli conosceva per la prima volta in vita il calmo senso del possesso. Una donna era sua, gli apparteneva, si consumava per essergli ancor più in balìa. Una volta mi spiegò: «Ti amo, vedi, come da noi si ama il proprio pezzo di terra».
Vi son migliaia di foglietti che io non voglio rileggere, d'allora, inchiostri impalliditi, matite svanienti, vi sono, in pacchi alla rinfusa nel mio fardello d'errabonda, migliaia di note ch'io prendevo null'altro che per necessità di riconoscermi, di là da tutto quanto avevo raggiunto, di là dallo stesso libro che scrivevo che pubblicavo che difendevo, note di stupore il più sovente, note di spasimo, analisi, indagini, divinazioni e puerilità, getti, smarrimenti, tutti i miei sensi che cedevano al verbo, che del verbo si sostentavano, la malinconia che gli uomini han raffigurata in Narciso, un pudore selvaggio, una selvaggia nudità, recondita ogni legge ogni armonia, migliaia di pagine senza data, fronde accartocciate per guanciale alla mia stanchezza se mai una volta la stanchezza mi vinca.
Per il riposo che mai conobbi durante una notte intera, durante un'ora diurna intera.
Ventilavano senza pietà per me tutte le mie energie a ristorar la fronte dell'uomo che volevo benedicesse così sempre la vita. Fresco balsamo io gli ero in virtù delle orge di pianto cui m'abbandonavo quand'egli non mi vedeva, in virtù del tormento inacquetabile che dava alle mie pupille uno scintillìo di più serena notte. Lo interrogavo nel sonno pregando che l'incanto su lui durasse, ch'egli non si svegliasse. Come era così rapidamente passato dalla sua cupa negazione umana a tanta ferma fede! Non per la bellezza dell'anima mia ch'egli non la sentiva come sentiva invece ogni sera ed ogni mattina il mio corpo; chè gli era questo, davvero sì, simile al pezzo di terra che ci sostenta. Era bastata al miracolo la mia forma lucente, il calor del mio petto, non m'illudessi! E la verità gli sarebbe riapparsa menzogna s'io ammalassi, s'io morissi, questo mondo in ansito perpetuo non l'avrebbe più esaltato? Come saperlo, se mi faceva sobbalzar di terrore la vista solamente d'un corrugar delle sua ciglia nel sogno! Ero la schiava della mia forza: della mia creatrice immaginazione ormai: del ritmo impresso al mio cuore. Il mio potere era questo: far trovare buona la vita. La mia forza era di conservare tal potere anche se dal mio canto perdessi ogni miraggio. Amore senza perchè. Senza soggetto, quasi. Occhi miei che non avevan feste e non si dolevano. M'avrebbe amata senza la mia bellezza? Volto ch'egli m'insegnava ad incorniciare, snello mio corpo austeramente sdegnoso fin allora di qualsiasi specchio! Tanti credettero, vedendoci accanto, ad un mio sacrifizio fisico! No. Altro gli gettavo ai piedi, ed egli non lo seppe veramente mai, egli che pure m'aveva detto: «devi aver confidenza in me». Confidare. Non vuol dire certezza d'essere indovinati? E l'avevo subito perduta. Quei miei fogli d'appunti io li nascondevo, sola cosa mia che non gli permettevo di conoscere, unica mia gelosa proprietà. «Non hai bisogno della mia anima — gli dicevo guardandolo dormire — e perchè dovresti accorgerti che soffre? Hai la tua da alimentare, da conservare, da difendere. Ci credi uno e siamo due. Sei tu centro del mondo, tu con la tua visione ormai immobile nella casa ben salda della tua mente. Ti mancava soltanto questo, povero bimbo grande, l'equilibrio organico e con me l'hai ottenuto. Riposi così tutte le notti con la mano sul mio cuore: e ti basta il suo bel respiro. Tale è il tuo amore, senza struggente sete di dedizione, senza voluttà di sconfinamento. Non sai la vertigine di me che son pronta a sparire se tu lo voglia, se debbo farlo, se lo esiga la tua missione, il tuo maggior bene. Questo annegare lucido del mio essere. Ti porto ogni sera una ricchezza più grande, e la brucio in silenzio fra le tue braccia, che tu veda null'altro che un bagliore caldo su la mia pelle. M'accresco, m'accresco, della folla bruta che rasento, dei bimbi che mi trattengo dal carezzare, del boccone miserabile che trangugio freddo, d'ogni luce che svaria, d'ogni domanda che mi rivolgo sempre più spietata. Non un mio minuto che non sia tensione, sforzo. Confondermi volevo con il tutto e son da tutto così staccata! Anche dal mio libro, povero umile attestato di resistenza umana; cosa rigida, senza benedizione, senza sorridente divinità.... Dio. Mi si manifesterà nella tua poesia? Tu, se hai il genio, fa' di me quel che vuoi. Io non posso che ardere, intera, quale sono, quale divengo di sera in sera....».