Perocchè m'avvedea ch'uom possedere
Stima non può di se medesmo e pace,
S'ei non calca del Bel le vie sincere.
Ma allor che fulger più parea la face
Di mia virtù, vi si mescea repente
D'innato orgoglio il lucicar fallace.
E allor Dio si scostava da mia mente,
E a gravi rischi mi traea baldanza,
Ed infelice er'io novellamente.
Se così vissi in lunga titubanza,
Ond'or vergogno, ah! tu pur sai, mio Dio,
Che tremenda cingeami ostil possanza!
Sfavillante d'ingegno il secol mio,
Ma da irreligiose ire insanito,
Parlava audace, ed ascoltaval'io.
E perocchè tra' suoi sofismi ordito
Pur tralucea qualche pregevol lampo,
Spesso da quelli io mi sentìa irretito.
Egli imprecando ogni maligno inciampo
Sciogliea della ragion laudi stupende,
Ma insiem menava di bestemmie vampo.
Ed io, come colui che intento pende
Da labbra eloquentissime e divine,
E ogni lor detto all'alma gli s'apprende,
Meditando del secol le dottrine,
Inclinava i miei sensi alcuna volta
Di servil riverenza entro il confine.
Tardi vid'io ch'a indegne colpe avvolta
Era sua sapïenza, e vidi tardi
Ch'ei debaccava per superbia stolta.