ROMANZO POSTUMO
DI
SILVIO PELLICO
TORINO
COLLEGIO DEGLI ARTIGIANELLI — TIP. E LIB. S. GIUSEPPE
Corso Palestro, N. 14.
INDICE
| La Manumissione | Pag. [1] |
| Il Rapimento | [16] |
| La lieta novella | [30] |
| L'Assedio | [44] |
| La Resa | [52] |
| La Distruzione di Milano | [70] |
| La pia Imperatrice | [78] |
| Ottolino | [92] |
| La Lega Lombarda | [108] |
| La pace di Venezia | [127] |
CAPO I.
La Manumissione.
Nell'anno 1160 vivea in Saluzzo un arimanno[1] per nome Berardo della Quercia, il quale godea da lungo tempo tal grazia del suo signore, Marchese Manfredo, che sarebbe quasi potuta dirsi amicizia. Berardo, sfuggendo gli onori della corte e stando ordinariamente nei suoi campi, venia visitato dal Marchese e consultato sopra molti capi del suo governo: tanto era noto il retto animo ed il senno di quel buon suddito, per nobili prove ch'egli spesso ne avea date; e tanto a far pregiare simili doti giovava la sua singolare modestia.
Giunse fino ai principii della vecchiaia senza patire gravi sciagure; ma egli avea partecipato alle altrui, come se fossero sue, e quindi il cuore non gli si era indurato dalla prosperità. Giovanna sua moglie, di nascita egualmente umile, ma di spiriti gentili, avealo fatto padre di più figliuoli. Due soli rimaneano, Eriberto e Rafaella; quello in età di oltre vent'anni e questa di sedici. Gli altri erano stati mietuti dalle guerre di Cuneo; villaggio allora di poco antica fondazione, ma che già prendeva aspetto di città, e tutto composto di ardimentosi, che voleano vivere a popolo, a guisa di Asti e di altre città italiane.
Il favore del Marchese non redimeva Berardo dal poco pregio, in cui il più de' Baroni, in cuor loro, teneanlo; perchè semplice arimanno; ed era anzi cagione che alcuni lo abborrissero.