Berardo e Giovanna aveano qualche rimorso di consentire al viaggio dell'Abate. Ma egli fu costante nel proposito; gli diedero dunque una lettera per la figliuola e per Berengario da Sant'Ambrogio, ed egli, accompagnato da sospiri e da benedizioni, partì.
CAPO IV.
L'Assedio.
Il viaggio di Guglielmo fa più lungo e più aspro di quello ch'egli non aveva immaginato, sì difficili erano le vie, sì deserti i paesi, sì frequente il bisogno d'avviarsi a lontani borghi laterali, per trovar cibo ed alloggio, e per evitare poderose masnade. Giacchè molti erano i disperati, che avendo tutto perduto nella guerra preferivano di combattere per proprio conto, anzichè servire ad altra causa. La comune avidità poi di rapina e la stima che a vicenda si concedono i gagliardi, congiungeva loro gran copia di disertori tedeschi, boemi e burgundi ed anche alcuni ferocissimi saracini.
— Oh scellerato secolo! (dicea frate Uguccione, cavalcando a sinistra del suo abate). Scellerata voglia di grandeggiare! Indizio pur troppo, non è a dubitare, della vicina fine del mondo. Ed infatti se questa fine non dovesse venire presto, qual sarebbe la triste sorte delle generazioni venture? Non più timor di Dio, non più obbedienza, non più carità del prossimo! Insidie, frodi, depredamenti, stragi da ogni parte. Ah! Dio ne scampi da siffatti tempi!
— Dio ne scampi, quando gli piaccia, da tutti i tempi dicea sorridendo l'abate. Chè tutti i tempi abbondano sempre più o meno di disgrazie pel mondo.
— Oh! eppure io vissi tanti anni ignaro di paure e di tribolazioni.
— Ma voi non siete il mondo, frate Uguccione. E mentre i giorni vostri scorreano senza fastidi, migliaia d'uomini languivano nel dolore, attendeano a lacerarsi, a un dipresso come ora. La tranquillità della vita di alcuni non è che un'eccezione, come i giorni tiepidi nel verno. I più sono sempre agitandosi in affannosa ricerca del bene; il quale non trovandosi sulla terra, è forza che coloro che nol cercano in cielo, si sforzino sempre di mutare le cose che li circondano. Infelici!
— Birboni! dico io (esclamava Uguccione), che a furia di agitarsi e di agitare tolgono la pace anche a chi non altro vorrebbe che compiere liscio liscio il suo pellegrinaggio, senza far male, e senza riceverne.
— E credete voi, figliuolo, che il compiere il nostro pellegrinaggio liscio liscio, e senza ricever male, valga il merito di perdonare a nemici, di beneficare ingrati, di patire persecuzioni per la giustizia? A chi perdoneremo se nessuno ci nuoce? Quando saremo noi davvero generosi, se beneficando otteniamo sempre la gratitudine altrui? Di qual giustizia sarem noi zelanti, se niuno ha duopo che essa gli venga predicata, se niuno le oppone l'ingiustizia e la violenza?