La pace ch’egli fece col Re d’Inghilterra fu contra la volontà di tutto suo Consiglio, il quale dicevagli: — Sire, egli ci sembra che voi facciate un gran male al vostro Reame de la terra che voi donate e lasciate a questo Re, e ben ci sembra ch’egli non ci ha alcun diritto per ciò che suo padre la perdè per appensato giudicamento. — A che rispose il buon Re ch’egli sapeva bene come ’l Re d’Inghilterra non ci avesse nessun diritto, ma, diceva egli, che a buona causa egli bene doveva donargliela, poichè soggiungeva: Noi due abbiamo ciascuno l’una delle due sorelle a donna, donde i nostri figliuoli ne sono cugini germani: egli si conviene dunque che tra noi sia pace ed unione: ed egli anche m’è grato di aver fatto in così la pace col Re d’Inghilterra, per ciò ch’egli è al presente mio uomo ligio, ciò che non era punto davante.
Finalmente la grande lealtà del Re fu assai conosciuta nel fatto di Monsignor Rinaldo di Tria, il quale apportò a quel sant’uomo talune lettere patenti, per le quali dicevasi ch’elli avea donato agli eredi della Contessa di Bologna (la quale non ha guari tempo era morta) la Contea di Dammartino. Ora su tali lettere il suggello del Re ch’altra fiata c’era stato, era tutto rotto ed infranto, sicchè di detto suggello non ci avea più che la metà delle gambe della imagine del Re e lo sgabello sul quale essa imagine tenea li piedi. Ora il Re mostrò le dette lettere a noi che eravamo di suo consiglio, per consigliarlo sopra ciò. E tutti fummo d’opinione che ’l Re non era tenuto a mettere in esecuzione quelle lettere esautorate, e che per ciò gli eredi non doveano gioire di quel Contado. Ma egli, pur dubitando, appellò tantosto Giovanni Saracino suo Ciambellano, e gli disse che gli apportasse una lettera patente che innanzi gli avea commandato fare. E quando egli ebbe la lettera veduta, riguardò attentamente al suggello che vi era ed al rimanente del suggello delle lettere del detto Rinaldo, e ci disse: — Signori, vedete qui il suggello del quale io usava innanzi la partenza pel mio viaggio d’oltremare, e vedrete anche che questa rimanenza di suggello rassomiglia a punto all’impressione del suggello intero, per che non oserò io, secondo Dio e Ragione, ritenere la suddetta Contea di Dammartino. Ed allora appellò il nominato Monsignor Rinaldo di Tria, e gli disse: Bel Sire, io vi rendo la Contea che voi dimandate.
PARTE SECONDA DELL’ISTORIA.
Capitolo I. Della nascita e coronazione del buon Re, e come portò arme primamente.
Qui comincia la seconda parte del presente libro, nella quale come ho detto dinanzi, voi potrete udire li grandi fatti e le Cavallerie del buon Re. Questi, secondo quanto più volte udii dire, fu nato il giorno e festa di Monsignore San Marco Apostolo ed Evangelista[39]. Quel giorno portavansi le croci a processione in molti luoghi di Francia, e vi eran dette le croci nere[40] il che accennò quasi profeticamente alle genti che in gran moltitudine morirono crocesignate durante li santi viaggi d’oltremare in Egitto ed in Cartagine; donde molto gran duolo ne è stato fatto e menato in questo mondo, ed ora se ne mena gran gioia in paradiso di coloro che, a gloria della Croce, hanno saputo acquistarlo.
Egli fu coronato la prima domenica di Avvento[41] della cui Domenica la Messa si comincia a queste parole: Ad te levavi animam meam, il che vale a dire: Bel Sire Iddio, io ho levato mia anima e mio cuore in verso te, e in te mi fido. Nelle quali parole aveva il buon Re gran fidanza, in dicendole di sè, e ciò per lo carico grande ch’elli veniva a prendere. Egli ebbe in Dio molto gran fidanza dall’infanzia sua sino alla morte; perchè alla fine de’ suoi ultimi dì sempre invocava Dio i suoi Santi e Sante, e specialmente aveva egli per intercessori Monsignore San Iacopo, e Madama Santa Genevieva. Per le quali cose fu elli guardato da Dio, dalla sua infanzia sino allo ultimo punto, quanto all’anima sua. E così per li buoni insegnamenti di sua Madre, la quale ben l’insegnò a Dio credere, temere, ed amare in giovinezza, egli ha dippoi bene e santamente vissuto secondo Dio. Sua Madre gli attrasse tutte genti di religione e gli faceva udire nelle Domeniche e Feste, Sermoni riferenti la santa parola di Dio. Donde più volte rammentò che sua Madre gli aveva spesso ripetuto che ella amerebbe meglio ch’e’ fusse morto ch’egli avesse commesso un sol peccato mortale.
E ben gli fu bisogno che di sua giovine età Dio l’aiutasse, perchè sua madre era d’Ispagna, paese istrano talchè dimorò senza nullo parente nè amico nel Reame di Francia[42]. E perciò che li Baroni di Francia videro lui e Sua Madre come stranieri senza sopporto fuorchè di Dio, essi fecero del Conte di Bologna, che era zio del Re suo padre ultimamente trapassato, il loro capitano, e lo teneano come per loro Signore e Maestro. Onde avvenne che, appresso che il buon Re fu coronato giovincello, per cominciamento di guerra, alcuni dei detti Baroni di Francia richiesero a sua Madre, ch’ella loro volesse donare certa gran quantità di terre nel reame. E per ciò ch’ella nol volle, non appartenendole di diminuire il Reame oltre il volere dil figliuol suo ch’era già Re coronato, quei Baroni si assembrarono tutti a Corbello. E mi contò il santo Re ch’egli e sua Madre, i quali erano a Montelery, non ne osarono andare sino a Parigi, tanto che quelli della Villa li vennero cercare in arme in molto gran quantità. E mi disse anche che da Montelery sino a Parigi il cammino era pieno ed allistato di genti d’arme e di popolo, che a Nostro Signore gridavano tutti ad alta voce, che gli donasse vita e vittoria guardandolo e mantenendolo contra tutti i nemici suoi; il che veramente Dio fece in alquanti luoghi e passaggi, come voi udirete qui appresso.
Avvenne che i Baroni di Francia si assembraro a Corbello, e macchinarono intra loro di comune assentimento ch’e’ farebbono si che ’l conte di Brettagna si leverebbe contra il Re. E puosero tra loro per gran tradigione, che se il Re li volesse inviare contra esso Conte, andrebbono bensì al comandamento, ma non vi menerebbero con loro che due Cavallieri ciascuno, affinchè più agiatamente il Conte potesse vincere il buon Re Luigi e sua Madre che era donna di strania nazione come avete udito. Ed in così che que’ Baroni promisero al detto Conte di Brettagna, e così fecero: ed ho udito dire a molti che il Conte avrebbe distrutto e soggiogato il Re e sua Madre, se non fusse stata l’aìta di Dio che giammai non gli fallì. Perchè, come per permissione divina, al grande bisogno ed alla grande strettezza del buon Re, il Conte Tebaldo di Sciampagna si sentì ismosso a voler soccorrerlo[43], e di fatto si partì con ben trecento Cavallieri molto bene in punto di battaglia, ed arrivarono a buon ora colla grazia di Dio. Sicchè per lo soccorso di quel Conte di Sciampagna convenne al Conte di Brettagna rendersi al suo Signore ed a lui gridare mercè. Ed il buon Re, che nullamente ne appetiva vendetta, considerò che la vittoria avutane era stata per la possanza e bontà di Dio ch’avea promosso il valente Conte di Sciampagna a venirlo vedere, e ricevve quello di Brettagna a mercè, ed allora andò il Re securamente per le sue terre.
E qui è a dire siccome talvolta insorgano in alcune materie delle incidenze, le quali pur si deggiono isporre per servir meglio il proposito, tuttocchè vi si mostri di lasciar per poco il principale dell’istoria. E qui è appunto l’occasione di recitarvi alcune cose che in mestieri tornano a poter bene intendere il trattato nostro. Perchè diremo tutto per lo vero così. Il buon Conte Errico di Sciampagna, detto il Largo, ebbe dalla Contessa Maria sua donna, che era sorella del Re di Francia e della fidanzata di re Riccardo d’Inghilterra, due figliuoli, de’ quali il primogenito ebbe nome altresì Errico, e l’altro Tebaldo. Errico se n’andò crociato in Terra Santa col Re Filippo Augusto di Francia e col Re Riccardo d’Inghilterra, li quali tre assediarono la città di Acri e la presero. E tantosto che ella fu presa lo re Filippo se ne rivenne in Francia, donde elli fu molto biasmato. Dimorò il Re Riccardo in Terra Santa e là fece grandissimi fatti d’arme sui miscredenti, e Saracini; tanto che il ridottarono sì forte, ch’egli è scritto ne’ Libri del Viaggio della Santa Terra che, quando i piccoli fanciulli de’ Saracini gridavano, le madri dicevan loro: Vè qua Re Riccardo che ti vien caendo, e tantosto, della paura che que’ piccini traevano dal solo udirlo nomare, essi cagliavano e ammutolivano. E a simiglianti quando Saracini e Turchi erano al campo, e ch’e’ cavalli loro, aombrando, barberavano e si gittavan per paura in sinistro, dicevan loro frizzandoli: che? credi forse che sia costà Re Riccardo? Il che tutto sta chiaramente a dimostrare ch’egli facea su loro di gran fatti d’arme, e ch’egli n’era a dismisura temuto. Ora quel Re Riccardo tanto procacciò per sue prodezze e bontadi ch’egli fece dare in donna al Conte Errico di Sciampagna, ch’era dimorato con lui, Isabella reina di Gerusalemme. E questo Errico, innanzi sua morte, ebbe dalla detta Reina sua moglie due figliuole Alice e Filippa, delle quali la prima fu reina di Cipri, e l’altra andò in donna a Messer Airardo di Brienne, donde grande lignaggio è uscito, siccome appare in Francia e in Sciampagna. Ma di Filippa di Brienne non vi dirò io nulla al presente, anzi vi parlerò della Reina di Cipri, per ciò ch’egli licitamente si conviene a continuare mia istoria, e dirovvene appunto così.