Piaccia al Lettore benevolo di incoraggiare la mia piccola impresa, e viva lieto e felice.
LEZIONE PRELIMINARE.
DI ALCUNE UTILITÀ
CHE SI PONNO RICAVARE
DALL’ANTICA LINGUA D’OIL
PER
L’ISTORIA DELLE LINGUE VOLGARI ITALIANE
LEZIONE.
È stato detto per altri, ed io credo di aver già alquante volte bastevolmente dimostrato, come le lingue neolatine si continuino alle latine parlate senza alcuna interruzione, e come negli odierni linguaggi d’Italia, Francia, Spagna e Dacia non si debba ravvisare che un’ultima età di quel primitivo idioma di Roma armata, il quale, corrotto e corruttore ad un tempo, fu piuttosto tiranno che re delle favelle da lui soggiogate. Ma se tutto ciò è facile ad essere inteso e provato intertenendosi sulle generali, riesce poi per contrario assai difficile a dichiararsi ne’ particolari, qualora il fedele istorico di esse lingue voglia rendere patenti le ragioni di ogni più minuta vicenda in quelle introdotta. E veramente le neolatine moderne, siccome lingue parlate, sono antichissime, siccome scritte non oltrepassano quasi mai il mille con indubbii ed abbastanza lunghi monumenti. Da questo termine ascendendo noi troviamo un latino scritto, il quale, per quanto sia barbaro confrontato col simigliante del secolo d’Augusto, è bene però altra cosa dalle favelle che ne riuscirono: la mancanza dunque di monumenti, che di età in età ci facciano conoscere la lingua di transizione tra esso latino scritto, ed i neolatini parlati intorno il mille, forma la vera disperazione dei filologi, e presenta quel campo sterile ed abbuiato, sul quale, appunto per la incerta luce che lo rischiara, molti hanno segnato vie diversissime; molti hanno collocato mostri e fantasime; molti in fine, non potendo conseguire l’aperto vero, hanno disposto una certa loro catena di verosimiglianze, alla quale attenendosi, credettero di traversare a salvamento il deserto, e di congiungere con felicità i due estremi opposti.
Si è diviso il latino, in latino vero, in latino romanzo, ed in neolatino: si è assegnato il primo largamente alla dominazione di Roma armata e vittoriosa; il secondo alla dominazione di Roma invasa e prevalente soltanto come la sede dell’Apostolo; il terzo alla dominazione Romana stabilmente conquistata dai Nordici, ossia ai nuovi Regni stabili a’ quali è necessità una lingua nuova. Divisione opportuna, ma che giova ai fatti non agl’idiomi, a cui un nome novello non dà chiarezza, e solo può dar distinzione. Che questa lingua infatti di transizione si dicesse Romanza o Romana o altrimenti, e non più Latina, ciò poco montava per conoscerla; e quando poi i dotti a noi più vicini vollero mostrarcela intera nel Provenzale, ossia nella lingua d’oc, questi, valga la verità, commisero allora un poco perdonabile errore, dandoci una fra le lingue neolatine, ossia della terza età, per quella madre supposta comune che si cercava, ossia per quella lingua di mezzo, donde poi dovevano nascere varie, secondo la varietà degli elementi che le componevano, le neolatine Italiche, le neolatine Galliche, le Ispane e le Daco-Romane.
Dovevano invece questi dotti medesimi, secondo il mio rimesso modo di intendere, cercare almeno nelle due lingue neolatine che ci presentano sinora monumenti più antichi, cioè in quelle di oc e di oil, sole quelle parti, le quali poscia col ripolirsi di esse lingue si vennero disperdendo, per vedere se sopra queste, con pazienti e regolari induzioni, si potesse ricostrurre il latino romanzo, e non già con generici indovinamenti, o con fatti troppo posteriori. Doveano sorprendere, in tal qual modo, in quei resti la fuggente memoria di una loquela instabile di sua natura, perchè lasciata al volgo ed all’urto di tante lingue nemiche quante venian piombando di que’ tempi sull’Imperio lacerato: ed alla guisa di quegli abili architettori, i quali dalle fondamenta tuttavia durevoli e da alquanti ruderi al tempo avanzati, si ardiscono, insistendo sulle certe regole dell’arte, rappresentarci di nuovo come fu veramente tutto un tempio, un teatro, un ippodromo, doveano, dico, dall’arcaico delle neolatine ricostruire il più vetusto Romanzo che si ignorava, e con questo venire, come colla face di altrettante cagioni, illuminando le lingue nostre moderne, divenute allora così quasi effetti necessarii e conseguenti di quelle.
Difficile impresa, ed alla quale si converrebbe bene che si facesse buon viso, qualora, assunta da un erudito, fosse condotta a termine colla possibile felicità; ma impresa, lo ripeterò pure, più forte assai di quello che possa stimare chi in così fatti studii sia nuovo, o, peggio ancora, chi d’essi sia soltanto mezzanamente istruito. Frattanto io pago all’averla accennata ad altri di me più valente e fornito di più beate comodità, ed inteso come sono da gran tempo a raccor materiali per l’istoria dei Volgari Italiani, verrò cercando nella più vecchia lingua d’oil alcune antichità per vedere se da queste si possa aver fumo almeno di quell’italico sequiore che fu mezzano tra il latino e il volgare odierno, e se per esse o con esse si possano render chiari ed istoricamente definibili alcuni fatti presenti, de’ quali io non so che altri abbia mai reso ragione o probabile od autorevole, ossia attinta alle più intime e naturali cagioni, e, per così dire, alle viscere istoriche della lingua.
Molti hanno cercato dottamente le fondamenta dell’alto Franzese; ma in questi nostri tempi[1] sono a mia notizia tra i migliori M. Orell nella sua Grammatica; M. Raynouard nelle Osservazioni sul Romanzo de Rou, e nella Grammatica comparata delle lingue dell’Europa latina; l’Abate de la Rue ne’ suoi Saggi istorici sui bardi, giullari, e troverri; il Roquefort nel Glossario della Lingua Romana; Gustavo Fallot nelle Ricerche sulle forme grammaticali della Lingua Francese e de’ suoi dialetti nel XIII Secolo, e Mary-Lafon in varie opere di consentaneo argomento. Giovandomi pertanto degli studii di questi illustri, e di quelli ch’io stesso ho fatto lungamente sulle due antiche lingue di Francia, verrò disponendo qui sotto un saggio delle mie osservazioni, premettendovi però un breve cenno sovra essa lingua d’oil e suoi principali dialetti, siccome di cosa non comune fra noi, e la cui notizia potrà tornarci utile in seguito per aggiudicare appunto a questa avvertita varietà de’ dialetti la varia enunciazione di una medesima voce.
Dalla prima occupazione delle Narbonesi sino a Clodoveo erano già corsi sei secoli, e più di cinque da che tutte le Gallie erano divenute Romane. Nella lunghezza di tanti anni la lingua Celtica, ossia la lingua dei vinti, avea ceduto in faccia alla lingua dei dominatori, e questa medesima potea essere detta per tutte quante le Gallie quasi naturale ed indigena, dopo che Roma, non ponendo più altro confine alle proprie mura fuor quello che avrebbe segnato il Dio Termine custode ai limiti dell’Impero, avea empito di coloni non solo, ma di cittadini e di senatori le sue conquiste. I Provinciali e gli Aquitani prevalevano in vero nella Romanità, ma non per ciò meno erano Romani i Galli oltre il Ligeri, ed anzi pareva ch’essi lo divenissero viemaggiormente, quanto meno invece si facea attuosa la forza vitale del combattuto e derelitto centro della signoria degli Augusti. Il Gallo-Romano regnava dunque solo dalle Alpi al Reno, quando i Franchi varcavano quest’ultimo, e, dopo alquante fortunose vicende, facendo prevalere finalmente l’affilata loro francisca allo spuntato pilo dei degeneri legionarii, stanziavano nelle Gallie settentrionali per intere nazioni, e vi mescevano al primitivo linguaggio il naturale lor teotisco.