Capitolo XXXV. Del male che ci avvenne dopo che ’l Soldano fue ucciso, e delle nuove convenenze giurate cogli Almiranti.
Quando costoro ebbono compiuto il misfatto, egli ne entrò ben trenta nella nostra galea con loro spade tutte nude in mano ed al collo loro azze d’armi. Ed io domandai a Monsignor Baldovino d’Ebelino, il quale intendeva bene Saracinesco, che era ciò che quelle genti dicevano, ed egli mi rispose ch’e’ dicevano come ci volessero mozzare ’l capo. Di che vistamente vidi un troppello di nostre genti che là erano, ire a confessarsi ad un Religioso della Trinità, il quale era con Monsignor Guglielmo Conte di Fiandra. Ma quant’a me non mi sovvenne allora di male nè di peccato ch’unqua avessi fatto, e non pensai se non a ricevere il colpo della morte, e m’agginocchiai a’ piedi de l’un d’essi tendendogli il collo, e dicendo queste parole nel fare il segno della Croce: Così morì Sant’Agnese. Accosto a me agginocchiossi Messer Guido d’Ebelino Connestabile di Cipri, e si confessò a me, ed io gli donai tale assoluzione come Dio me ne dava il podere: ma poi di cosa ch’egli mi avesse detto, quand’io fui levato, unqua non ne ricordai pure un motto.
Noi fummo allora messi nella sentina della galea tutti a disteso e stivati, ed argomentavamo molto di noi che non osassero assalirci tutti a un tratto, ma che indi ci volessero poi trarre l’uno appresso l’altro ed ucciderci; e fummo a tale miscapito tutta la notte, istando così strettamente sfratati ch’io aveva i miei piedi a dritta del viso di Monsignore il Conte Piero di Bertagna, e così li suoi piedi erano all’indritto del viso mio. Ora avvenne che la dimane noi fummo tratti fuora di quella sentina, e ci inviarono dire gli Almiranti, che noi loro andassimo rinovellare le convenenze che avevamo fatte al Soldano. Quelli ci andarono che poterono andarvi, ma il Conte di Brettagna, e lo Connestabile di Cipri, ed io, che eravamo grievemente malati, dimorammo.
Quelli che andarono parlare agli Almiranti, ciò furono il Conte di Fiandra, il Conte di Soissone, e gli altri cui bastarono le forze, raccontarono le convenzioni della nostra diliveranza. Per le quali gli Almiranti promisero che, sì tosto come fusse loro dilivera Damiata, essi altresì dilivrerebbono il Re e gli altri gran personaggi che erano prigionieri. E disser loro che se il Soldano fusse vissuto, ch’egli avrebbe fatto mozzare le teste al Re e a tutti loro; e che già contro le convenenze fatte e giurate al Re, elli avea fatto ammenare verso Babilonia alquanti de’ nostri grandi Baroni, e fattiveli uccidere; e ch’essi l’aveano tratto a morte, per ciò che bene sapevano, che sì tosto ch’egli arebbe avuto la signoria di Damiata, li farebbe similmente uccidere tutti o morire di mala morte nelle sue prigioni. Per questa convenenza il Re doveva giurare in oltre di far loro satisfazione di due cento mila lire avanti ch’elli partisse del fiume, e le due altre cento milia, elli le trammetterebbe loro da Acri, e ch’essi terrebbono per sigurtà di pagamento li malati ch’erano in Damiata, colle ballestre, lo armamento, gl’ingegni, il carrìno e le carni salate sino a che il Re, inviando a cherère tutto ciò, inviasse loro tutto insieme le diretane due cento milia lire dette di sovra. Il sacramento che doveva esser fatto tra il Re e gli Almiranti fu divisato. E tale fu quello degli Almiranti che nel caso ch’elli non tenessono al Re loro convenzioni e promesse, ch’ellino stessi volevano essere in così onìti e disonorati come quelli che per suo peccato andavano in pellegrinaggio a Macometto la testa tutta nuda, e come colui che, lassata la donna sua, la riprendeva appresso. Ed in questo secondo caso, nullo non poteva, secondo la legge di Macometto, lasciare la donna sua e poi riprenderla, avanti che elli avesse veduto alcun altro a giacersi con lei. Finalmente il terzo saramento era ch’ellino fussero disonorati e disonestati come il Saracino che mangiasse la carne del porco. E ricevve il Re li saramenti detti di sovra per ciò che Maestro Nicola d’Acri, che ben sapeva di lor fazioni, gli disse che più grandi saramenti non potevano essi fare.
Quando gli Almiranti ebbero giurato, elli fecero scrivere e diedero al Re il saramento ch’e’ volevano che facesse, il quale fue tale per lo consiglio di alcun cristiano rinegato ch’essi avevano. Che nel caso che il Re non tenesse loro sue promesse e le convenzioni poste intra loro, ch’elli fusse separato dalla compagnia di Dio e della sua degna Madre, dei dodici Apostoli, e di tutti gli altri Santi e Sante del Paradiso. Ed a quel saramento si accordò il Re. L’altro era che nel caso che lo Re non tenesse le dette cose, ch’elli fusse riputato ispergiuro come il Cristiano che ha rinegato Dio, e suo battesimo e sua legge, e che in dispetto di Dio sputa sulla Croce, ed ischiacciala sotto i piedi. Quando il Re ebbe udito quel saramento, disse che già nol farebbe egli.
Or quando gli Almiranti seppero che il Re non aveva voluto giurare, nè fare suo saramento in così a punto come ellino il richerevano, inviarono essi di verso lui il detto Maestro Nicola d’Acri, a dirgli ch’essi erano molto malcontenti di lui, e che avevano a gran dispetto lo aver giurato tutto ciò che ’l Re avea voluto, e che al presente egli non volea giurare ciò ch’essi gli richerevano. E il detto Maestro Nicola disse al Re ch’elli avesse ben per certano che s’elli non giurava a punto così come quelli volevano, ch’essi farebbono tagliar la testa a lui ed a tutte sue genti. A che il Re rispose che essi ne potevano fare a loro volontà, ma ch’elli amava troppo meglio morir buon cristiano che di vivere in corruccio di Dio, di sua Madre e de’ Santi suoi.
Egli ci avea un Patriarca col Re, che era di Gerusalemme, dell’età di ottant’anni o intorno; il qual Patriarca aveva altra fiata procacciato lo assicuramento dei Saracini inverso il Re, ed era venuto appo esso Re per aiutarlo a sua volta ad avere sua diliveranza inverso li Saracini. Ora era la costuma intra Pagani e Cristiani, che quando alcuni Principi erano in guerra l’uno coll’altro, e l’uno si moriva domentre ch’eglino avessero mandato ambasciadori in messaggio l’uno all’altro, quegli ambasciadori dimoravano in quel caso prigionieri ed ischiavi, fosse ciò in Pagania od in Cristianità. E per ciò che il Soldano, che avea dato sigurtà a quel Patriarca, di cui noi parliamo, era stato morto, per questa causa dimorò esso prigioniero dei Saracini altresì bene come noi. E veggendo gli Almiranti che il re non aveva nulla temenza di loro minacce, l’uno d’essi disse agli altri ch’egli era il Patriarca che così consigliava il Re: perchè seguitò dicendo, che se gli volevan credere, ch’elli farebbe bene giurarlo, tagliando la testa del Patriarca, e facendola volare nel grembo d’esso Re. Di che avvenne che sebbene gli altri Almiranti non gli tenesser credenza, pur tuttavia presero il buon uomo del Patriarca, e lo legarono davanti al Re ad un colonnino le mani dietro il dosso sì strettamente, che queste gli enfiarono in poco di tempo grosse come la testa, tanto che il sangue ne isprizzava in più luoghi. E del male ch’egli addurava, venìa gridando al Re: Ah! Sire, Sire, giurate arditamente, perchè io ne prendo il peccato sovra me e sovra mia anima, poichè egli è così che voi avete il desiderio e la volontà di accompire le vostre promesse ed il giuramento. Or io non so bene se a la fine il giuramento fue fatto; ma checchè ne sia, gli Almiranti si tennero al postutto contenti de’ giuramenti che il Re e gli altri Signori che là erano fecer loro.
Capitolo XXXVI. Come fummo fatti scendere a valle sino a Damiata, e come questa fue resa ai Saracini.
Ora dovete sapere che quando i Cavalieri della Halcqua ebbero ucciso il loro Soldano, gli Almiranti fecero sonare loro trombe e loro nacchere a gran forza davanti il paviglione del Re. E gli fue detto che gli Almiranti stessi aveano avuto gran voglia in loro consiglio di farlo Soldano di Babilonia. Su di che esso Re mi domandò un giorno s’io pensava punto ch’elli avrebbe accettato il Reame di Babilonia se glielo avessono offerto. Ed io gli risposi, che non sarebbe stato sì folle, visto ch’essi avevano così tradito ed ucciso il loro Signore. Ma non ostante ciò, il Re mi disse ch’elli non l’arebbe mica rifiutato. E sappiate ch’egli non tenne se non a che gli Almiranti dissero tra loro che il Re era il più fiero Cristiano ch’essi avessero giammai conosciuto: e dicevano ciò perchè, quando partiva del suo alloggiamento, segnava esso innanzi a sè il terreno del santo segno della Croce, e poi ne segnava altresì tutto suo corpo. E dicevano li Saracini che se il loro Macometto avesse loro altanto lasciato soffrire di miscapito, quanto Dio aveva lasciato addurare al Re, che giammai essi nè l’avrebbon adorato, nè avrebbono creduto in lui. Tantosto appresso che entro il Re e gli Almiranti furono fatte, accordate e giurate le convenzioni, fu appuntato tra loro che a l’indimane della festa dell’Ascensione di nostro Signore, Damiata sarebbe renduta agli Almiranti, e che li corpi del Re e di tutti noi altri prigionieri sarebbono diliverati. E furono ancorate le nostre quattro galee davanti il ponte di Damiata, e là fecero tendere al Re un paviglione perchè vi potesse discendere ed albergare.
Quando venne il giorno posto, intorno l’ora di Sol levante, Messer Gioffredo di Sergines andò nella Città di Damiata per farla rendere agli Almiranti: e tantosto sulla muraglia d’essa Città levaronsi al vento le armi del Soldano, e v’entrarono dentro li Cavalieri Saracini, e cominciarono a bere de’ vini che vi trovarono, talmente che molti tra loro s’inebriaro. E intra gli altri ne venne uno nella nostra galea, il quale tirò sua spada tutta sanguinente, e ci disse ch’egli ne aveva ucciso sei di nostre genti: il che era una cosa villana a dirsi da un Cavaliere non che da altri. E sappiate che la Reina, avanti che render Damiata, fu ritirata nelle nostre navi con tutte nostre genti, allo infuori de’ poveri malati ch’e’ Saracini dovean guardare, e renderli al Re, quando desse loro le dugento mila lire, donde è fatto sovra menzione: e così l’avevano promesso e giurato li Saracini: e similmente ci dovevano rendere gl’ingegni, lo arnese e le carni salate di cui essi punto non mangiano. Ma al contrario la traditrice canaglia uccise tutti li poveri malati, spezzarono gl’ingegni e l’altre cose che dovevano guardar salve, e rendere in tempo e luogo, e di tutto feciono una catasta e vi misero il fuoco, che fu sì grande ch’elli vi bastò tutti i giorni del venerdì, del sabbato, e della domenica seguenti.