Per di verso il Re erano venuti, com’io ho già detto davanti, li Messaggeri del Gran Re di Tartaria durante che noi eravamo in Cipri. E dissono al Re ch’elli erano venuti per aiutarlo a conquistare il Reame di Gerusalemme sovra i Saracini. Il Re li rinviò, e con essi due notabili Frati Predicatori che tutti a due erano Preti. E gli inviò una Tenda-Cappella d’iscarlatto nella quale egli fece tirare all’ago tutta nostra credenza, l’Annunciazione dell’Agnolo Gabriello, la Natività, il Battesimo, la Passione, l’Ascensione, e lo Avvenimento del Santo Spirito: e con essa donò calici, libri, ornamenti, e tutto ciò che fa bisogno a cantare la messa. Ora qui vi ritrarrò io quello che di poi udii dire al Re di ciò che gli avevano riportato li detti Frati Predicatori che aveva inviati. Li messaggeri mossero sopra mare da Cipri e andarono a prender riva al porto di Antiochia. E dicevano che dal porto di Antiochia sino al luogo dov’era il Gran Re di Tartaria, essi misero bene un anno di tempo, e facevano dieci leghe per giorno. E trovarono tutta la terra ch’essi cavalcarono suggetta ai Tartarini. Ed in passando per lo paese scontravano in molti luoghi, ed in cittadi ed in ville, grandi tumuli di ossame di genti morte. Li messaggeri del Re s’inchiesero, come essi erano venuti in sì grande autoritade, e come avean potuto soggiogare tanto di paese, e distrurre e confondere tante genti come si pareva ai monticelli dell’ossa. E i Tartarini loro ne dissero la maniera, e primamente ritrassero di lor nascenza. Dicevano dunque ch’essi erano venuti, nati e concreati d’una gran landa di sabbione, là ov’egli non crescea nullo bene. E cominciava quella landa di sabbia ad una roccia, la quale era sì grande e sì meravigliosamente alta, che nullo uomo vivente non la poteva giammai passare, e si levava di verso Oriente. E loro dissero li Tartarini che intra quella roccia ed altre rocce, che si lievano più là verso la fine del mondo, erano inchiusi li popoli di Gog e Magog, i quali dovevano uscirne sul finire del secolo con l’Anticristo, quando elli verrebbe per tutto distruggere. E di quella erma landa venivano i popoli de’ Tartarini, i quali erano suggetti al Prete Janni d’una parte, ed allo Imperadore di Persia dall’altra; ed erano ancora tra più altri miscredenti, a’ quali, per venir sofferti, essi rendevano grandi tributi e tollette ciascun anno, anche per lo pasturaggio di loro bestie, donde essi solo vivono e fan proveccio. E dicevano li Tartarini che quello Prete Janni, lo Imperadore di Persia e gli altri Re a chi dovevano li detti tributi, li avevano in sì grande orrore e despitto, che quando portavan loro le rendite ed i fii, essi non li volevan ricevere di cospetto, ma loro tornavano il dosso per vilipendio e ischifanza. Donde avvenne che una fiata intra l’altra, un savio uomo di lor nazione cercò tutte le lande, e andò parlare qua e là agli uomini de’ luoghi, e loro rimostrò il vile servaggio in che essi erano verso molti Signori, pregandoneli che volessero, per qualche consiglio, trovar maniera ch’e’ potessero sortire del miscapito in che giacevano.
Ed in effetto fece tanto quel saggio uomo ch’egli assembrolli a certo giorno a capo di quella landa di sabbia alla indritta della terra del Prete Janni, e appresso molte rimostranze che quel savio uomo loro ebbe fatte, essi s’accordarono a fare tutto quanto elli vorrebbe, richerendolo che divisasse ciò che buono gli sembrava per venire al fine di ciò che diceva loro. Ed egli allora rispose ch’essi non potrebbono niente fare se non avevano un Re che ne fusse Maestro e Signore, e cui essi obbedissero e credessero a fare ciò ch’egli loro comanderebbe. E la maniera di fare il Re fu tale: che di cinquantadue generazioni ch’essi erano di Tartarini, egli fece che ciascuna di quelle generazioni gli apporterebbe una saetta, la quale sarebbe segnata del segno e nome della sua generazione. E fu accordato per tutto il popolo che così si farebbe, e così fue fatto. Poi le cinquantadue saette furono messe davanti un fanciullo di cinque anni, e della generazione della quale sarebbe la saetta che il fanciullo leverebbe, fu stabilito sarebbe fatto il loro Re. Quando il fanciullo ebbe levato l’una delle cinquantadue saette, che sortì quella della generazione donde era quel savio uomo, questi fece tirare e mettere addietro tutte le altre generazioni. E poi appresso, di quella generazione donde era stata la saetta che il fanciullo aveva levata, fece eleggere, con esso lui, cinquanta due uomini de’ più savii e valenti che fussono in essa. E quando furono così eletti, diede a ciascuno a parte la sua saetta, e la segnò del nome di ciascuno; poi fattone il fascio, ne fece di nuovo levare una a quel fanciullino di cinque anni, statuendo che colui a chi sarebbe la saetta levata dal fanciullo, quegli sarebbe loro Re e loro Signore. E per sorte avvenne che il fanciullo levò la saetta di quel saggio uomo il quale così li aveva insegnati; donde tutto il popolo fue molto gioioso; e ne menò gioia e passa gioia. Ed allora egli li fece tacere, e disse loro: Se voi volete ch’io sia vostro Signore sì giurerete per Colui che ha fatto il cielo e la terra, che voi terrete ed osserverete i miei comandamenti: ed essi tutti il giurarono.
Appresso queste cose egli loro donò ed istabilì degli insegnamenti che furono molto buoni per conservare il popolo in pace gli uni cogli altri. L’uno degli stabilimenti ch’egli loro donò fu tale: che nullo non prenderebbe il bene altrui oltre suo grado o ad inganno. L’altro fu tale: Che l’uno non colpirebbe l’altro s’elli non volesse perderne il pugno. L’altro fu tale: Che nullo per violenza non arebbe compagnia della donna o della figliuola d’altri s’e’ non volesse perderne la vita. E più altri belli insegnamenti e comandamenti loro donò per aver pace insieme ed amore.
E quando egli li ebbe così insegnati ed aordinati, cominciò a rimostrar loro come il più antico nimico ch’elli avessono fusse il Prete Janni, e come li aveva egli in grande odio e despitto da lungo tempo. E perciò, disse egli, io vi comando a tutti che dimane siate presti ed apparecchiati per corrergli sopra. E s’egli avviene ch’egli ci disconfigga, donde Dio ci guardi, ciascuno faccia del meglio ch’e’ potrà; e se noi lo disconfiggiamo, io vi comando che l’incalzo duri sino alla fine, e fusse anche sino a tre giorni e a tre notti, senza che nullo non sia sì ardito di mettere la mano a nullo guadagno, non intendendo ma che a gente tagliare e mettere a morte: perchè appresso che noi aremo avuto piena vittoria de’ nostri antichi nimici, io vi dipartirò il guadagno sì bene e lealmente che ciascuno se ne terrà a pagato e contento. E tutti s’accordaro a ciò fare molto volentieri.
La dimane venuta, siccome essi avean deliberato di fare, così fecero, e incorsero strettamente sui loro nimici, ed anche, siccome Iddio volle che è onnipossente, essi li menarono a disconfittura, e quanti ne trovarono in arme, tanti ne uccisero: ma quelli che trovarono portanti abiti di Religione, ed i Preti, non uccisero punto; sicchè tutto l’altro popolo delle terre del Prete Janni che non era stato in battaglia, si arrese ad essi chiedendo mercè, e si mise in lor suggezione.
Una meravigliosa cosa avvenne appresso quella conquista; ciò fu che l’uno de’ Gran Maestri d’una delle generazioni dinanzi nomate, fu perduto ed assente dal popolo dei Tartarini per tre giorni senza che se ne avesse od udisse alcuna novella. E quando e’ fu rivenuto, a capo de’ tre giorni, rapportò al popolo ch’egli non pensava aver dimorato più che una sera, e che non aveva indurato sete nè fame. E raccontava ch’elli era salito su un monte il quale era alto a meraviglia, e che sovra quel monte egli avea trovato gran quantità delle più belle genti che avesse giammai vedute, e le meglio vestite e aornate; e nel mezzo del monte ci aveva uno Re assiso, il quale era il più bello a riguardare di tutti gli altri, ed il meglio parato, ed era in un trono rilucente a meraviglia, il quale era tutto d’oro. Alla sua destra aveva sei Re coronati e parati di pietre preziose, ed aitanti ce n’avea alla sua sinistra. Presso di lui alla destra mano ci avea una Reina agginocchiata, che gli diceva e pregava ch’e’ pensasse del popol suo. Alla mano sinistra era agginocchiato altresì un bellissimo damigello, il quale aveva due ali così risplendenti come il Sole; e tutt’intorno a quel Re erano belle genti alate a fusone. Ed il Re appellò quel savio uomo, e gli disse: Tu sei venuto dell’oste de’ Tartarini? Sire, sì, diss’egli, io ne son uno. Ebbene tu vi tornerai, e dirai al Re di Tartaria che tu hai veduto me che sono Signore del Cielo e della Terra, e ch’io gli mando ch’egli mi renda grazie e lodi della vittoria ch’io gli ho donato sul Prete Janni e sopra sua gente: e gli dirai di mia parte ch’io gli do possanza di mettere in sua suggezione tutta la terra. Sire, disse quel Gran Maestro de’ Tartarini, come me ne crederà egli il Re di Tartaria? Tu gli dirai ch’egli ti creda a tali insegne, che tu ti anderai combattere allo Imperadore di Persia con trecento uomini di tue genti, e che da parte mia tu vincerai lo detto Imperatore che si combatterà a te con trecento mila Cavalieri, ed uomini d’arme, e più. E avanti che tu vada combattere lo Imperadore di Persia, tu chiederai al Re di Tartaria ch’egli ti doni tutti li Preti, ed uomini di Religione, che sono dimorati tra quelli là ch’esso ha preso in mercè dopo la battaglia del Prete Janni, e ciò ch’essi ti diranno e testimonieranno, tu il crederai; perciocch’essi sono delle mie genti e servitori. Sire, disse quel savio uomo, io non me ne saprei andare, se tu non mi fai far la condotta. E allora il Re si tornò ed appellò una delle sue belle creature alate, e gli disse: Vien qua, Giorgio, fa di condurre quest’uomo sino alla sua albergheria, e rendivelo tosto e a salvezza. E tantosto fu trasportato quel saggio uomo de’ Tartarini nell’oste loro. Quando elli vi fu reso, e che tutto il popolo e le genti dell’oste lo videro, ne fecero grande allegrezza, ed egli senza dimora domandò al Re di Tartaria che gli donasse li Preti ed uomini di Religione come gli aveva insegnato il Re che trovò nell’alto del monte. Ciò che gli fu ottriato. E dibonaremente ricevve quel Gran Maestro dei Tartarini e tutte le genti sue l’insegnamento di coloro che gli eran stati donati, e tutti si fecero battezzare. E quando tutti furono battezzati, egli prese solamente trecento de’ suoi uomini d’arme, e li fece confessare ed apparecchiare. E di là se n’andò egli assalire lo Imperadore di Persia, e lo convinse e discacciollo fuori dell’Impero suo e di sua terra, sicchè se n’andò fuggendo sino al Reame di Gerusalemme. E fu colui che dipoi disconfisse le nostre genti, e prese il Conte Gualtieri di Brienne così come udirete qui appresso. Il popolo di questo Principe Cristiano si moltiplicò talmente e venne a sì gran numero, siccome poscia udii dire ai messaggeri che il Re aveva inviato in Tartaria, ch’essi aveano contato nell’oste sua ben ottocento Cappelle tutto levate sui carri.
Capitolo XXXXVIII. Di alcuni Cavalieri stranii che vennero al Re a Cesarea, e di ciò ch’e’ feciono e raccontarono.
Or rivenendo dopo il trascorso a nostra materia, diremo così. Domentre che il Re faceva asserragliare Cesarea, di cui vi ho parlato davanti, venne ad esso Re un Cavaliero che si nomava Messer Elinardo di Seningaan, il quale diceva ch’egli era partito del Reame di Norone[84], e là montato sovra mare, era venuto passando ed accerchiando tutta la Spagna e intromettendosi per lo stretto di Marocco, e che a molto greve periglio e dannaggio egli avea passato tutto ciò, e soffertovi molto di male avanti ch’elli potesse venire sino a noi. Il Re ritenne quel Cavaliere con altri nove alla sua bandiera, ed io gli udii dire che le notti nella terra del Reame di Norone erano sì corte nella State, che egli non ce n’avea alcuna, nella quale, anco nel suo più fitto, il lume del giorno non bruzzolasse. Or quando quel Cavaliero si fu adusato al paese si prese colle sue genti a cacciare al Lione; e molti ne presero perigliosamente ed in gran risico di loro corpi. Ed il modo, con che essi menavano la detta caccia, era ch’essi correvano su ai lioni a cavallo, e trovatone alcuno, il colpivano d’arco o di balestra, di che il Lione ferito correva alla sua volta su il primo ch’esso vedeva, e questi se ne fuggiva piccando degli speroni, e lasciando cadere a terra alcuna coverta, od una pezza di qualche vecchio drappo, ed il superbo animale apprendevala ed isquarciavala, credendo in essa tener l’uomo che l’avea colpito. Ed in quella che il lione s’arrestava a sdrucire la vecchia schiavina, gli altri uomini gli tiravano nuove frecciate, perchè la fiera lasciava lo sdrucio del pannuccio e correva su ’l suo nuovo uomo, il quale s’infuggiva altresì, ed altresì lasciava cadere un altro vecchio drappo, cui il lione similmente isquattrava; e così facendo soventi fiate, essi uccidevano finalmente la bestia di loro frecce. Un altro Cavaliere molto nobile venne al Re, durante che era a Cesarea, il quale si diceva essere di quelli di Toucy. E diceva il Re che quel Cavaliere era suo cugino, perciò ch’era disceso d’una delle sorelle di Re Filippo, che lo Imperadore di Costantinopoli ebbe a donna. Lo qual Cavaliere il Re ritenne per un anno con altri nove Cavalieri alla sua bandiera; ed appresso l’anno passato, egli se ne ritornò in Costantinopoli donde era venuto. Ed a quel Cavaliere udii dire e ritrarre al Re che lo Imperatore latino di Costantinopoli e le sue genti si allearono una fiata ad un Re, che l’uomo appellava il Re de’ Commani, per avere l’aita loro a conquidere lo Imperadore di Grecia ch’avea in nome Vatacio. E diceva quel Cavaliere che il Re del popolo dei Commani, per avere sigurtà e fidanza fraterna dell’Imperadore di Costantinopoli, e per l’uno l’altro soccorrersi, volle ch’essi, e ciascuno delle lor genti d’una parte ed altra, si facessero punger le vene e che si dessero a vicenda a bere del sangue loro in segno di fratellanza, dicendo ch’essi erano così d’uno sangue e fratelli. E così convenne egli fare tra le nostre genti e le genti di quel Cavaliere, e mescolarono del sangue loro con vino, e propinandolo l’uno all’altro, dissero allora che eran fatti fratelli d’un sangue solo. Ed ancora fecero essi un’altra cosa, cioè feciono passare un cane tra essi e le genti nostre, drittamente spartite, e poscia ispezzarono tutto il cane di loro spade pronunciando a gran voce: così sieno ispezzati quelli che falliranno gli uni agli altri.
Un’altra grande e meravigliosa cosa contò al Re quel Cavaliere di Toucy; e diceva che nel paese del Re dei Commani era morto un gran ricco tenitore di terre e Principe, al quale, quando e’ fue morto, fu fatta in terra una gran fossa molto larga e molto cupa, e fu assiso quel morto in una cadiera molto nobilmente parata ed ornata. E con esso lui fu disceso in quella fossa ed il miglior cavallo ch’elli avesse e l’uno de’ suoi sergenti, tutti vivi l’uomo e ’l cavallo. Ed aggiungeva che ’l sergente, avanti che entrar nella fossa, prese congedo dal Re e dagli altri gran personaggi che là erano, e che ’l Re gli diede oro e argento a fusone addogandoglielo al collo, e facendogli promettere che, quando sarebbe nell’altro mondo, gliel renderebbe, il che il pro sergente gli promise. Ed appresso il Re gli diede lettere indiritte al primiero Re che fu de’ Commani, mandandogli per le stesse, che quel produomo aveva molto bene vissuto e bene lo avea servito, pel che pregavalo che bene altresì il volesse guiderdonare. Dopo di che essi covrirono la fossa sull’uomo morto, e sul sergente e cavallo tutti vivi, di grosse tavole incavigliate, ed innanzi il dormire, in memoria e rimembranza di coloro ch’essi aveano interrato, levarono sul tavolato della fossa una gran montagna di pietre e di terra.