Stolto parlar se non stolta risposta
potrebbe aver; onde chi sempre tacque
a gli insolenti detti, sempre piacque:
dico quanto al clistero o sia sopposta.
Ben si potrebbe un portico, un palagio,
un vestal tempio ed un anfiteatro
addurre in loda mia, l'arme, l'aratro,
la nave e tante cose; ma 'l malvagio
rancor t'accieca e légati la lingua,
che non pò dir quel che ragion la sferza.
Tu non sei prima né seconda e terza,
quando che l'ordin nostro si distingua,
se ti credi esser, non di te son quarta.
Roditi pur, se sai, che non ti cedo;
e s'attendermi vòi mentre ch'io riedo,
possio condur chi tal dubbio diparta.

TECNILLA.

O temeraria ed arrogante! mira
come si gonfia questa fabbra vile!
Qual giudice sará tanto sottile,
che nostra lite concia? dimmi, è Pira?[103]
dico quell'altra de le prove mastra,
che, come tu, vantandosi va ch'io
cosa che vaglia senza lei non spio,
e di Almafisa appellami figliastra.

ANCHINIA.

Vantarsi drittamente può qualunque
trovasi aver servito qualche ingrato;
ché quanto ben è in te non l'hai trovato
se non per il suo mezzo. E pur, ovunque
esser ti trovi, ch'altri non conosca
l'astuziette tue donde prevali,
ti fai sí grande che, s'avessi l'ali
cosí d'ogni altro augel com'hai di mosca,[104]
egual salir vorresti al gran Monarca;
lo quale sol vòl essere, che senza
sian l'opre sue d'alcuna esperienza,
ove egli pienamente e ratto varca.

TECNILLA.

Di me medema meco mi vergogno,
trovandomi altercar con essa teco!
Hai forse il capo tepido di greco,
ubriaca che tu sei? ch'ancor bisogno
farotti aver del tempo, c'hai qui speso
in dirmi oltraggi, meretrice lorda!

ANCHINIA.

Non mi toccar, Tecnilla, questa corda,
ché peggio sentirai quel c'ho sospeso
di lingua in cima. Or taci e fia tuo meglio!
Dir onte altrui né udirle voler poscia,[105]
è di pazzo costume; ma, d'angoscia
mentre sei pregna, va' mirarti al speglio,
se vergognarti vòi piú del tuo volto
fatto di mostro per soverchia furia,
che litigar qui meco e dirmi ingiuria,
le quali di te meglio forte ascolto.

TRIPERUNO.