Merlino. Annòdavi un altro groppo a questa virtú.
Limerno. Quale?
Merlino. Messer lo asino sa chiudere una borsa senza serraglie.
Limerno. Maravigliavimi se da gli asini si potesse guadagnare altro che calzi e corregge e da un Merlino altro che sporche e stomacose parole. Or stattine, tuo mal grado, in questa tua lordura, porco da brotaglie che tu sei, ché ben di me medemo non possio fare che non mi maraviglia, standomi quivi ad altercar con un devorone di lasagne, nemico di gentilezze e cortesie.
Merlino. Vanne tu, vanissimo ed effeminato cinedo! ché gli odori de quelli toi unguenti e impiastri fumentati per altra cagione non porti tu, se non per ammortare e spegnere lo fetore de le sozze bagascie fra le quali giorno e notte sempre tu dimori.
LIMERNO
Forsennato e pazzo che son io! essermi raffrontato a favoleggiare con questa destruzione di rafiòli! O meschino me! se la unica mia signora e divinissima dea giammai presentisse lo suo Limerno aver dimorato una bona pezza con un lordissimo porco, or che direbbe? or che farebbe ella? Per lo vero, non mai piú se non con torto sembiante mi guardarebbe. Voi adunque, chiari fonti, cristallini ruscelli, porporei fiori, amene piagge, riposti antri; voi, gai augelletti, lascivetti conigli, guardativi che alcuno di voi non presumi lo folle mio errore a lei manifestare; a lei dico, la cui presenzia tutti con un sol riso vi abbella, che molte volte dégnavi de l'angelico suo conspetto, appoggiando le belle membra or su quella fiorita sponda del vivo ruscello or sotto quel speco inederato di allori, mentre l'ardente sole a gli animali rende l'ombre aggradevoli. Deh! pregovi, tenetimi dal mio sole coperto; ché dubbio non è, quando ella non piú si degnasse di comportar le mie lodi, lo mio ver' lei amore, io ne morirei, io da me istesso di quell'olmo al vecchio tronco mi sospenderei. Ma, inanti la miserabil morte mia, annunziovi che crudel vendetta di tutti voi ne pigliarei: non è fiore, non è pianta, non è fonte, che impetuosamente non stracciassi, svellessi e disturbassi. Statene dunque, o de' miei secreti consapevoli, statene taciti e quieti, ma non sí taciti e quieti che le rime mie, le quali ora sono cantando per isfogare, non subito le riportati e recantati a le sue divine orecchie. E perché voi avete ad essere miei fidelissimi compagni, consequevolmente voglio che d'ogni mio secreto voi siate participevoli.
Io dunque meritar puotei la entrata di questo santissimo giardino allora quando la fama sola d'una non pur bellissima ma prudentissima madonna mi cocque le medolle, lo cui bel nome voi ne' capoversi di questo succedente sonetto potreti conoscere, lo quale giá lo fido mio Falcone nel scorzo di quel frassino intagliando scrisse:
G loriosa madonna, il cui bel nome
I n capo de' miei versi porrò sempre,
V orrei pur io saper de quali tempre
S ian que' vostr'occhi neri ed auree chiome!
T rema ciascun in lor, mirando come[228]
I vi sia la virtude, che distempre
N ostra natura e 'n ferro i cuori tempre,
A cciò piú di leggier lor tiri e dome.
D i calamita dunque se non sète,
I n voi di cotal pietra è forza almanco
V ivace sí, ch'ogni materia liga.
I o tragger vidi de' vostr'occhi al rete
N atura, Amor e 'l Sol di sua quadriga.
A ltra simile a voi chi vide unquanco?