Per questo dunque se mise il nostro Merlino a seguir l'impresa lasciata, e dove gli parea che il detto poeta limato e racconciato avesse assai bene le cose non cosí leggiadramente scritte, ha voluto dar questo onore a lui, molto piú grande che lo scorno contratto in volersi far autore di quello giamai fatto non avea. Or dunque abbiamo trovato questa altra bella fatica, e presto col suo onorato titolo verrà in luce, non senza laude di quel poeta, uomo invero di molto ingegno. Ma per tornar finalmente a parlamenti piú giocondi e festevoli, dico che[1] era pur cosa sconvenevole il perdere una opera di Merlino da lui fatta cosí bella, cosí vaga, cosí piacevole; e forse maggior danno fora suto che se anticamente si fosse perduto Vergilio, o pur ne' tempi nostri Dante e Petrarca. Peroché non altro d'aver perduto Vergilio ne seguiva che la perdita di un buon poeta in una lingua, la quale rimaneva in molti altri che ben la parlavano e meglio vi scrivevano. Cosí dico di questi scrittori della lingua tosca, la quale non è però altro che una lingua sola e da altri belli ingegni, come ogni dí si vede, con loro scritture adornata e tersa. Ma perdersi questo (o Dio, che danno incredibile!), si perdeva un bellissimo ed ingegnosissimo autore di molte lingue insieme. Perché in questa è tessuta la latina, intersiata la toscana, messa a fregi quella de macaroni. E che piú? la franzese, la spagnuola, la tedesca, la bergamasca, la cavaiola, e infino a quella de furfanti vi può fare un fioretto e avervi loco. Ma quello che sopra tutto importa è che questa si meravigliosa lingua è riposta in questo tale autore, come in specchio ed idea di tal idioma. E senza lui è fredda, muta, stroppiata, disgraziata e peggio assai che non sono i macaroni senza botiro. Ringraziate dunque lui primamente, che ha composto sí miracoloso poema; da poi me (se non avete altro che fare) che l'ho recavato disotto terra, essendo egli sepolto in altro che nel formaggio, e l'ho fatto stampare e publicare al mondo, accioché ognuno possa assaggiare e mangiare di questa giotta vivanda. Venite dunque tutti ch'avete fame: vedete, leggete, mangiate, sfamatevi, e ricordatevi sovra tutto non esser cosa al mondo piú macaronesca che esser macarone a macaroni.

Buon pro vi faccia.

[1] È a cominciare da qui che Vigaso Cocaio ha incorporato nella sua prefazione la lettera di Niccolo Costanti, che nella Cipadense sussegue all'Errata-corrige e chiude il volume [Ed.].

II

ARGOMENTO SOPRA IL «BALDO»

La cagione che indusse il nostro poeta a poetare in questa sí degna opera fu la prodezza, il valore, la generositá d'un scolaro mantoano della famiglia Donesmonda, chiamato Francesco, come il gran cavalier Francesco Gonzaga, ultimo marchese di Mantova, ordinò fosse nominato del nome suo, tenendolo proprio desso al fonte del battesimo. Essendo egli pur in studio di Bologna, era un stupore della sua valorositá, gagliardezza, liberalitá, bellezza, leggiadria, animositá, con un ingegno prontissimo ad ogni quantunque difficultosa impresa. Pertanto, tirandosi come fina calamita tutti e' buon compagni dietro, diede con molti fatti materia e soggetto al nostro Merlino di fingere questo volume, si come una scorza sotto la quale sta occulta la veritá di molte e molte cose. E cosí per la sua baldanza chiamollo Baldo, e li compagni secondo il vario costume loro nominolli chi Cingaro, chi Falchetto e il resto.

II

LE VARIANTI DELLA CIPADENSE

I

FRANCESCO FOLENGO ALLI LETTORI