In tali contingenze, la storia di tutti i popoli registra sempre una disfatta.
Ove, nel '48 il più semplice concetto militare avesse potuto prevalere sulla politica, noi avremmo avuto un solo esercito italiano, reclutato per regioni di nascita, e distinto in tanti corpi quanti erano gli Stati d'allora. Tale esercito sarebbesi dato un capo effettivo unico, avrebbe seguito un piano concertato in tempo ed imposto a tutti i comandanti: la sua prima linea sarebbesi costituita con tutti i soldati regolari; i volontari, accorsi ai depositi de' reggimenti ed ivi ordinati, ammaestrati, armati, avrebbero poi composto la seconda, da inviarsi a suo tempo in rinforzo della primiera.
Si sarebbe così raccolto, verso i 10 di maggio un esercito razionale di 100,000 soldati, riuniti nella più conveniente delle località, ed in condizione di ricevere potenti rinforzi, contro il quale gli austriaci non avrebbero potuto opporre che 44,000 uomini nel quadrilatero, e 14 o 15,000 nel Friuli.
In queste condizioni come non vincere?
Ma poichè all'unità d'Italia volevasi giungere per vie diverse e per diversi fini politici, così noi vediamo gli eserciti di uno stesso paese agire semplicemente come alleati momentanei, e non scevri di mutui sospetti; vediamo, sotto uno scopo reso dalla sua stessa grandiosità quasi romantico, agitarsi la politica minuscola degli staterelli, de' potentati, in diffidenza fra di loro.
Mentre le milizie regolari sembrano la rappresentanza del passato, o per lo meno del principio conservatore, le milizie volontarie, abbandonate al proprio impulso, si credono l'unica emanazione armata del popolo e mirano all'avvenire, che per loro suona repubblica!
Ed a guisa di cuneo, fra questi due organismi, si sviluppa la Civica, controaltare al primo, freno al secondo.
Così tre forze, che dovrebbero essere concomitanti diventano divergenti, ed agli immani sacrifici d'energia e di sangue, non corrispondono i risultati guerreschi.
Tempo è però che le forze in parola sieno rapidamente passate in rassegna.