Il Re, credendosi impegnato dall'onore, volle difendere Milano: fu questo un errore militare, ma le considerazioni per l'avvenire e la politica glielo imponevano. Militarmente era per certo indicato di prendere la via del Po e quindi una posizione di fianco rispetto al nemico invadente. Il Radetzky non era ancora così forte da avventurarsi nel Piemonte, lasciandosi alle spalle la rivoluzione, non ancora fiaccata. E poi la Francia avrebbe permesso che l'Austria diventasse sua confinante?

Ma che poteva aspettare il cavalleresco Re di Sardegna dagli Stati penisolani? Chi, dopo essere stato impassibile innanzi alle sue primitive vittorie, lo avrebbe sorretto nella sventura?

Per più di tre mesi tra l'Arno e le Alpi erano rimasti in armi ben 150,000 italiani e tra l'Isonzo ed il Mincio non più di 70,000 austriaci! Questo sia affermato innanzi alla storia, che terribile giustiziera tolse poi la corona a tutti quei principi che le sventure dell'impareggiabile Re di Sardegna, segretamente prepararono, e ne risero.

Non era la ragione del numero che nel '48 avversava l'Italia, ma una politica bieca, la quale impedendo agl'italiani di far massa contro Radetzky permetteva a Radetzky di allontanare i napoletani da Bologna, di battere i veneti tra l'Isonzo ed il Piave, i toscani a Curtatone, i romani a Vicenza, i piemontesi a Custoza, e di indurre Carlo Alberto all'armistizio di Salasco.

Soffermiamoci: a che seguire il Re magnanimo sul mesto cammino di Novara? La grande idea italiana emigrava con lui nel doloroso esiglio di Oporto, ma composto il suo primo Eroe nell'avello, risorgeva, armata ed invitta nel pensiero del figlio per attraversar vincitrice i campi di San Martino.

XVII.
CONCLUSIONE.

Ed ora, dopo tanti anni trascorsi dalle vicende del '48, possiamo tranquillamente ripensare all'artefice che ribadì le catene del nostro servaggio, e dire che sulla tomba del maresciallo Radetzky non cresce l'albero del nostro rancore.

Il maresciallo eccedette, ma servì il suo imperatore, e poichè i fati d'Italia dovevano compiersi, egli stesso vi cooperò coi suoi rigori, colle sue sudate vittorie. Se egli avesse perduto, il trionfo non ci avrebbe ammaestrati come ci ammaestrò la sventura.

I tempi d'allora non eran maturi: occorreva che dai rivi di sangue versato in comune sorgesse un comune pensiero, una idea capace di farne tacere tante altre, cosicchè trascorso appena un decennio, dal caos delle primitive illusioni, sortissero gli eventi del '59.

Non v'è pregio grande, ove non v'è grande sacrificio. Garibaldi che abbandona le navi regie; ecco lo spirito sorvivente ancora nel '48, Garibaldi che esclama: «Obbedisco» ecco il frutto d'una forte esperienza, e la ragione del vincere.