—Bimba, bimba! fece l'avvocato, considerandola e minacciandola col dito. Non farmi misteri, veh! sai ch'io vivo in te, e se non ti vedo quieta, m'inquieto anch'io…

Paolina sorrideva, si coloriva in viso, risuscitava sotto la dolce e benevola influenza dell'amore sincero. Confessare le sue pene di gelosia non lo poteva senza sentirsi vergogna; negare d'aver sofferto un attacco di bile, un insulto di malinconia le pareva ingratitudine e offesa verso il cuore che s'interessava di lei, e d'altronde sentiva necessità di concedersi uno sfogo, di vendicarsi in qualche guisa contro Cecilia Rigotti.

—Vuoi saperlo? disse risoluta. Ho dell'ira.

—Dell'ira, Paolina? caspita, e non mi dici con chi?

—Con tutti coloro che situati molto in basso pretendono di sopravvanzare la gente civile a furia di chiassate; che poco o niente educati si danno dell'importanza; che pieni di debiti sfoderano gale come grandi signori, che… che…

—Oh questa è una requisitoria bella e buona contro gli spostati.

—Non posso soffrire! continuò Paolina. Io sono cresciuta lavorando, vestendo con una modestia che… non faccio per lagnarmi, ma il babbo non ha dato saggio di larghezza a mio riguardo! non ebbi un divertimento… e colei…—guardò il soffitto—colei suona tutto il dì, sciupa in casa abiti di valore, girovaga qua e là nei teatri, nelle feste!—parlo di Cecilia Rigotti; concluse grave, un po' ansante, ma col cuore più sollevato.

E guardò in viso l'avvocato per iscoprirvi l'impressione prodotta dal nome della vicina.

—Ti dànno noia queste cose? ma io non le osservo, o tutt'al più le deploro; disse l'avvocato, intento a puntare un fiore fra le treccie di Paolina. Deve importare a te che la signora Rigotti, faccia, vada, sciupi e dia luogo a commenti! lascia fare i commenti a chi ha dell'ozio d'avanzo.

—Ma… è vero. Egli è che l'ho tanto vicina.