Tra pochi altri frammenti di mediocre valore, la Vita di Cola di Rienzo è il lavoro storico più poderoso prodotto da Roma nel secolo decimoquarto. Della autenticità di questo lavoro fu mosso dubbio e taluno anzi la negò addirittura, e neppur io, lo confesso, oserei dichiararmi scevro da ogni esitazione. Ma le ragioni per ritenerlo autentico mi sembrano tali, che quando per uno studio accurato dei manoscritti che restano, e per un esame storico e filologico del testo, si potrà pronunciare un giudizio definitivo, io fo stima che la sentenza sarà favorevole alla cronaca, e se ne avrà una edizione genuina e monda dagli errori e dalle interpolazioni che la deturpano adesso. Del resto pur così imperfetta come oggi la leggiamo, quella vita è piena d'attrattive, dettata in dialetto romano, animata da esclamazioni e da dialoghi, semplice evidente piena di movimento e di vita. Mossa da grande ammirazione per Cola, è temperata dal profondo patriottismo del cronista, il quale amante ancor più di Roma che di lui, ci mette innanzi l'immagine fantasiosa del Tribuno in tutte le sue strane contraddizioni. Quel suo misto di senno e di capricci, la grandezza classica dei propositi di un uomo quasi ispirato, e le puerili vanità di chi a un tratto salisce da umiltà di stato ad autorità illimitata, ogni impulso, ogni nota caratteristica di quella curiosa indole, ci si descrive con tanta vivacità, che egli sembra risorgerci innanzi a rivivere la clamorosa sua vita. E con lui rivediamo i legati del Papa e i baroni, ora accarezzati or minacciati da Cola, tremargli innanzi di paura e d'ira e covar la brama della vendetta in core; e le sedizioni bollire e sbollire, e agitarsi armati que' turbolenti Romani e muovere a combattere nelle piazze e talora acquetarsi e poi frementi riarder di nuovo e tornare alle ire, alle grida, ai tumulti. È quel libro un romanzo immaginoso e vivace assai più di quello del Bulwer ed è insieme storia, come il tipo del tribuno romano è di quei tipi che fermano a un tempo la mente degli storici e la fantasia dei poeti[143].

Se in Roma era grande povertà di cronisti, ben diverso accadeva in altre parti d'Italia, in Lombardia soprattutto, dove la vita comunale si svolgeva floridissima, le libertà cittadine si allargavano, e con esse i commerci e le ambizioni e il cozzar delle armi agitate talora contro le invasioni tedesche, più spesso in guerre fratricide tra le città vicine e fin dentro le mura d'una sola città. Già fin dal secolo undecimo, quando la Chiesa lottava per la supremazia, comincia in Milano a profilarsi la storia secondo le nuove tendenze, e un elemento laico e popolare penetra in essa e vi soffia dentro l'alito della vita sua. In tal modo Arnolfo, sebbene partigiano della aristocrazia ecclesiastica milanese, è inconsciamente animato ancor egli da questo elemento nelle Gesta Archiepiscoporum Mediolanensium (A. D. 925-1076). In esse egli narra quel periodo agitato d'ansie e di contrasti tra l'alto clero milanese da un lato, e dall'altro gran parte del basso clero e del popolo: quello per antica tradizione ostile alle pretese romane, geloso di sue prerogative e di sue ricchezze, contrario al celibato ecclesiastico, ma il basso clero e il popolo trascinati dalla corrente delle idee riformatrici, e addicentisi a quel partito della Pataria di cui abbiam veduto farsi campione a Piacenza e divenir martire Bonizone da Sutri. Arnolfo inizia a Milano la cronaca municipale, che ci apparve iniziata a Venezia da Giovanni diacono, e nelle pagine d'Arnolfo, dice assai bene uno scrittore recente, «non siamo più nel chiostro, siamo nella città in mezzo ai suoi tumulti e alle sue lotte.»[144] E mentre la Pataria milanese aveva anch'essa i suoi martiri in Arialdo e in Erlembaldo delle cui vite ci rimane un racconto, altri storici sorgevano a narrare le vicende delle lotte religiose e delle civili. Così due Landolfi, il seniore e il giuniore, riproducevano il popolo tra cui vivevano, il primo addetto al partito degli arcivescovi, fiero appassionato parzialissimo; assai migliore e moderato il secondo, più veritiero e ricco di maggior dottrina e di maggior diligenza. Nato sul cadere dell'undicesimo secolo, Landolfo giuniore fu educato con cura, viaggiò per motivo di studî a Parigi, dove allora conveniva d'ogni parte d'Europa la gioventù ad istruirsi, e tornato in patria fu addetto alla chiesa di San Paolo riedificata da suo zio Liprando, eloquente ardentissimo e perseguitato capo della Pataria. Perseguitato ancor egli ma pur tenuto in gran conto, Landolfo giuniore scrisse una storia di Milano dal 1095 al 1137, che, al dire del Muratori, è breve ma contiene tutti i maggiori eventi che muovevano allora Milano, e i rivolgimenti degni di memoria, ed esprime vividamente quel che poteva in que' tempi, e potrà sempre, la cupidigia del dominare. Nè la narrazione di Landolfo si restringe entro le mura della città, ma s'allarga ad illustrare molta parte della storia italiana[145].

Contemporanei a Landolfo un Magister Moyses celebrava verseggiando le lodi della nativa Bergamo, dov'era tornato dopo essersi guadagnato ricchezze ed onori alla corte di Costantinopoli, e un altro poeta, anonimo, piangeva la devastazione di Como compiuta dai Milanesi e la guerra lunga ed aspra che la precedette dal 1118 al 1127. Ma i tempi procedevano rapidi, e i nuovi avvenimenti apparecchiavan materia ai nuovi cronisti, tra i quali ci si presenta primo un Milanese, a cui dobbiamo una buona storia delle guerre sostenute dai Milanesi contro il Barbarossa[146]. Il momento solenne per la storia di Milano, che rasa al suolo e solcata dall'aratro del vincitore, era risorta a un tratto indomita e più implacabile che mai contro Federico, le feroci crudeltà di quella lotta accanita, le nimicizie mortali di talune città fra loro, e la gloriosa concordia delle altre che liberò l'Italia colla vittoria di Legnano (A. D. 1176, 29 maggio), trovano in questo cittadino di Milano un testimonio oculare che narra i fatti con calma austera e con desiderio di cavarne ammaestramento per le generazioni future: «Ciò ch'io vidi e che udii di verace, tenterò di scrivere. Imperocché è di grande utilità a chi vien dopo l'imparare da ciò che è accaduto a guardarsi per l'avvenire.» E alla voce di questo severo cronista che narra le difese della patria, dalle coste adriatiche fa eco quella del fiorentino Boncompagno che descrive con molto maggiore impeto un episodio di quel contrasto, l'assedio d'Ancona, la quale stretta dai soldati imperiali guidati da un prete guerriero, Cristiano arcivescovo di Colonia, si difese ostinata e costrinse i Tedeschi a levare l'assedio.

Guardando le cose con occhio affatto diverso e appassionati per la parte imperiale, scrissero Ottone Morena e suo figlio Acerbo, i quali lasciarono memoria delle cose operate in Italia da Federico I, e delle vicende di Lodi loro patria. Ottone che fu giudice e messo imperiale di Lotario e di Corrado III, produsse fino al 1162 il suo lavoro, continuato poi fino al 1167 dal figliuolo Acerbo, caro all'imperator Federico che lo nominò podestà di Lodi. Alla costui morte avvenuta in Siena nel 1167, un anonimo proseguì la storia interrotta, e la prolungò di qualche anno con intelletto alquanto più nazionale dei due Morena, i quali vincolati d'affetto all'Impero e accesi dell'antico odio di Lodi contro Milano, sono ardentemente nemici a quest'ultima. Ma pur con questo difetto di parzialità, per la forza dell'ingegno e della espressione, e per le molte notizie che recano, voglionsi tenere tra le migliori fonti che ci rimangono di quella età memoranda[147].

La figura grandiosa di Federico Barbarossa ebbe fra i Tedeschi uno storico il cui nome di necessità si registra in queste pagine. Fu questi Ottone vescovo di Frisinga, nato verso il 1114 dalle seconde nozze di Agnese figlia dell'imperatore Enrico IV, con Liupoldo marchese d'Austria, e così fratello uterino del re Corrado III e zio del Barbarossa, che l'ebbe tra i più fidati consiglieri e partecipe negli affari dell'Impero. Ingegno pronto e versatile, indole mistica e malinconiosa, Ottone tendeva al chiostro, e dopo alcun tempo passato agli studi in Parigi, si rese monaco cisterciense nella badia di Morimund. Di quello stesso monastero fu eletto abbate, ma presto dopo fu sollevato alla sede episcopale di Frisinga, senza però ch'egli smettesse l'abito e gli affetti di monaco. Durante la seconda crociata guidò in Palestina contro i Saraceni un esercito che fu distrutto, e scampato a fatica egli stesso e visitata Gerusalemme, tornò in Occidente. Non par che fosse molta armonia di pensiero tra lui e il fratello Corrado, ma quando salì al trono Federico, ei s'accostò maggiormente alle cose del Regno. Rimase coll'Imperatore fino al 1158, ma apparecchiandosi Federico a tornare in Italia, egli per la fiaccata salute sua ottenne di rimanere in patria. Quivi morì di lì a poco in quella stessa badia di Morimund dove era stato monaco ed abbate, e alla quale era legato d'affetto come alla diocesi sua di Frisinga la cui cattedrale trasandata nelle turbolenze dei tempi precedenti, egli aveva restaurata nobilmente e resa splendida e ricca.

Meditabondo per istinto e nutrito di forti studî filosofici e teologici, Ottone dallo spettacolo degli avvenimenti umani nei quali si trovò mescolato trasse ispirazioni ad un libro di storia in cui filosofar mestamente sulla caducità delle cose mondane, e andar cercando conforto nel pensiero di un avvenire immortale. Il Chronicon, o, per chiamarlo come lo chiamò Ottone stesso, il Liber de duabus civitatibus, raccoglie sinteticamente le varie età del mondo, e dalla creazione perviene ai suoi tempi, in sette libri, ai quali se ne aggiunge un ottavo che tratta del giudizio finale e della vita futura. Informata all'erudizione storica di Paolo Orosio, e ispirata per le vedute filosofiche agli scritti di Santo Agostino, questa è forse la prima opera che in quegli albori di rinascenza tentò di conglobare tutta quanta la storia dell'umanità in un sistema preordinato di cause e d'effetti. E ciò ha gran pregio per chi cerca il vario e progressivo svolgersi degli studî storici, come senza dubbio hanno pregio per lo studio minuto della storia tedesca quei libri del Chronicon che trattano dei tempi più vicini ad Ottone. Ma il libro che ha speciale valore per la storia italiana è un altro, che s'intitola Gesta Friderici Imperatoris e discorre la prima parte delle imprese del Barbarossa. Calmo estimator del dissidio fra la Chiesa e l'Impero[148], questo vescovo monaco, zio dell'Imperatore, testimonio oculare di molti fatti, assai bene informato di molti altri, sarebbe senza paragone il migliore storico di quella età, se alcuni gravi difetti non gli vietassero quella gloria. La stessa tendenza filosofica della sua mente, che gli fa abbracciar d'uno sguardo i fatti e giudicarli abbastanza giusto quando li contempla dall'alto, lo rende spesso trascurato nei particolari e non bene sicuro. Inoltre un certo pomposo amore di frasi, un desiderio rettorico di crear contrasti d'ombre e di luce, lo inducono spesso ad alterare per modo le circostanze narrate, che se anche riman veritiero nel complesso di un fatto, nei particolari riesce inverosimile. Tale si mostra narrando la impetuosa sollevazione dei Romani contro l'esercito di Federico (A. D. 1155, 18 giugno), e il lungo ostinato contrasto e la strage che ne seguì, dove afferma che dei sollevati mille furono i morti, dugento i prigioni, innumerabili i feriti, ma aggiunge che uno solo perì dei Tedeschi e un altro ne rimase prigione, e con un mirum dictu si sbriga classicamente dell'ardua asserzione[149]. Ma se questo difetto e un cotal misto di boria nazionale e di cortigiana adulazione lo rendono men degno di fede in certi particolari, egli tuttavia è nell'insieme uno storico pregevolissimo, e in questo ancor singolare che nel rendersi conto degli avvenimenti, spesso con sottile intuito ne ritrova le ragioni storiche e politiche, e risalendo al passato spiega con grande acume il presente. Così per esempio il passo che son per citare mi sembra mirabile, specialmente se si consideri che fu dettato da un Tedesco imperialista quando la volontà di Federico e lo studio rinascente della legge romana tendevano ad esagerare oltre ogni termine i diritti e le pretese del cesarismo.

«Tuttavia i Lombardi, forse perché i lor figliuoli pei maritaggi cogli Italiani ereditavano in linea materna, e per influenza del suolo e del clima, alcunché della romana mitezza e della sagacia, deposta tutta l'asprezza della ferità loro, ritengono la eleganza del linguaggio latino e certa cortesia di costumi. Inoltre essi imitano la solerzia dei Romani antichi nel governo delle città e nella conservazione della cosa pubblica. Da ultimo essi così sono affezionati alla libertà loro, che ad evitar la insolenza de' reggitori amano meglio essere governati da consoli che da principi. E poiché sono fra loro tre ordini, quel dei capitanei, quel de' valvassori e quel della plebe, a tener giù l'arroganza, questi predetti consoli sono scelti non da un solo ordine ma da ciascuno, e affinché non li vinca la cupidigia del potere, essi quasi ogni anno sono mutati. Di che avviene che quella contrada è tutta divisa in città le quali hanno costretto quei del territorio loro a vivere in esse, e a stento troverebbesi uom nobile o grande con tanto potere da esser franco dell'obbedienza alle leggi della città sua. E usano di chiamar Contadi o Comitati questi diversi territorî, dal privilegio del vivere insieme[150]. E affinché non manchi loro il mezzo d'infrenare i vicini, e' non disdegnano di levare al grado della cavalleria, e ad ogni grado di autorità, giovani di bassa estrazione e perfino operai di spregevoli arti meccaniche, che gli altri popoli allontanano come pestiferi dalle più nobili e liberali professioni. Da ciò avviene che essi avanzano ogni altro del mondo per loro ricchezza e potenza. E a ciò, come s'è detto, sono aiutati dall'indole loro laboriosa e dalla lontananza dei loro principi residenti di solito a settentrione dell'Alpi. In ciò tuttavia essi, dimentichi della nobiltà antica, ritengono la traccia di lor barbare costumanze, che mentre si vantano di viver secondo la legge, pure alle leggi non obbediscono. Imperocché di rado o non mai accolgono riverenti il principe a cui sarebbero in obbligo di mostrare una volenterosa reverenza di soggezione, nè accettano obbedienti quel ch'egli impone secondo la giustizia delle leggi, se non sentono l'autorità sua costretti dal coadunarsi di molto esercito. Onde egli accade frequente che mentre il cittadino dovrebbe esser frenato sol dalla legge e il nemico secondo la legge essere costretto dall'armi, essi veggono colui presso il quale come lor principe dovrebbero trovar clemenza, aver più spesso ricorso alle armi per mantenere i diritti suoi. Di che viene allo Stato un doppio danno, ché il principe deve torcer sue cure a raccogliere un esercito per tenere in freno i cittadini, e questi debbono esser costretti ad obbedire al principe non senza grave dispendio della sostanza sua. Onde per la stessa ragione che il popolo è in tal caso colpevole d'improntitudine, vuolsi scusare il principe innanzi a Dio e agli uomini per la necessità del caso.

«Tra le altre città di questa nazione, è principale ora Milano posta fra il Po e le Alpi.... Ed è stimata più famosa d'altre città non pure in ragione di sua maggiore ampiezza e del suo maggior numero d'uomini d'arme, ma sì anche perché entrano nella giurisdizion sua altre due città poste nella regione medesima, ciò sono Como e Lodi. Quindi come avviene nelle umane cose pel blandir della ridente fortuna, essa per tal modo si gonfiò in ardimento d'orgoglio, che non solo non s'astenne dall'assalire i vicini suoi, ma perfino s'avventurò senza sgomento a incorrere nella recentemente offesa maestà del principe.»

È da dolere che una morte immatura togliesse ad Ottone di proseguir la sua storia oltre il 1158, quando il conflitto tra Federico e i Comuni poteva dirsi poco più che iniziato. Per fermo la esperienza dei fatti, la familiarità sua coll'Imperatore, e l'uso facile di documenti ufficiali avrebbero sempre più cresciuto valore al suo libro col progredir degli eventi. Non ce ne compensa abbastanza il suo fedel cappellano Ragevino che per comando di Federico[151] ne proseguì alquanto l'opera e la protrasse fino al 1160, testimonio anch'egli di vista e forse più diligente del suo patrono, ma come di stato così d'ingegno e di dottrina infinitamente minore. E oltre a questa continuazione, le Gesta ispirarono il poema Ligurinus o Carmina de rebus gestis Friderici I Aenobarbi che ha dato luogo alcuni anni or sono, a molte discussioni sulla autenticità sua. Qualche erudito dichiarò essere quel poema una impostura del secolo decimosesto, ma questa par sentenza esagerata. Assai più ragionevole è quella dell'erudito francese Gastone Paris, e dei tedeschi Pannenborg e Wattenbach, i quali ritengono essere il poema una specie di esercitazione letteraria scritta sul finire del dodicesimo secolo quasi intieramente sulle traccie delle Gesta di Ottone di Frisinga e di Ragevino, talché dal punto di vista storico non eccede molto il valore di una parafrasi in versi.

Nè molto più, a parer mio, valgono le Gesta Friderici di Goffredo da Viterbo, che trattò anch'egli lo stesso tema, ma rozzamente, disordinato e senza dir quasi nulla di nuovo. Goffredo scrisse alcune altre opere tra le quali una storia assai nota intitolata Pantheon, ed anche fu attribuito a lui un carme sulle imprese di Enrico VI contro Tancredi in Sicilia, ma non par che sia suo. Si disputa s'egli nascesse a Viterbo o in Germania, e il più dei critici lo ritiene Tedesco, ma io non oserei affermare migliore l'una sentenza dell'altra. Certo fu educato fanciullo a Bamberga, e addetto alla corte di Federico si adoperò molto per lui. Lo seguì nelle sue imprese, e, come dice egli stesso, viaggiò per lui «due volte in Sicilia, tre in Provenza, una in Ispagna, sovente in Francia e quaranta volte dalla Germania a Roma.» Morì a Viterbo che, se non lo vide nascere, gli fu patria adottiva negli ultimi anni suoi, e certo gli mancò piuttosto l'arte che l'occasione di salir più alto fra gli storici del suo tempo[152].