Avanti, mio Veloce! avanti. Egli stimola il fido destriero, lo sprona con certe spine di argento che ha ai calzari, gli flagella il ventre, gli apre ferite, lo fa sanguinare. Il cavallo spiega la sua maggior velocità, ma questa è così poca; perchè è stanco, è tanto stanco. È da una settimana che non riposa; è da due giorni che non beve; eppoi il nobile destriero non è avvezzo alla vita del deserto, alla sabbia.

Avanti, Veloce, avanti!

Il cavallo, spronato dalla voce supplichevole del padrone, intende le proprie forze, tutte; ma non può, non può più, ed il suo passo è così lento, così lento.

Il cavaliere volta di quando in quando la testa, fa colla mano disco agli occhi, e fissa il lontano orizzonte. Non vengono ancora; ma possono venire ogni istante, ed allora…..

Mio dio serpente, salvami, ed io offrirò in tuo onore dieci bambini appena nati e scannerò dieci vergini, che non hanno ancora conosciuto lo sposo! esclama, mentre il suo occhio guarda supplice un piccolo serpente, arrotolato al suo braccio sinistro; il suo odio, l'onnipotente, il patrono della sua tribù, che la rese sempre grande, la conservò potente, le concesse sempre grandi trionfi e l'aveva abbandonata soltanto due giorni innanzi: un dio sanguinario, che chiedeva molte vittime, bambini innocenti e vergini pure.

Dio serpente! Perchè mi hai abbandonato?

Sì; lo aveva abbandonato. Ricordava la sua tribù forte, potente, padrona della grande oasi, dominatrice delle vie del deserto. Egli ne era il capo temuto. Suo padre gli aveva lasciato un nome terribile, che tutti paventavano, un'autorità, avanti alla quale tremavano tutti, un forte esercito di tremila armati, le casse piene di oro giallo, caldo, più caldo della sabbia del deserto, molti schiavi e molte schiave.

Egli aveva stretto con mano forte le redini del governo ed avido di dominare sul deserto, di essere padrone delle grandi vie, che conducono al suo interno, per poter taglieggiare a piacimento le carovane ed imporre loro le tasse che voleva; per diventare il padrone del paese, aveva dato battaglia ad una tribù finittima e che gli era rivale, l'aveva debellata ed era stato senza misericordia coi vinti. Chi gli era caduto vivo nelle mani era stato macellato o fatto schiavo e conservato ad una sorte più terribile della morte.

Quanto sangue sparso allora! Egli fremeva della barbara Gioia al pensiero di quell'eccidio, e gli sembrava di veder scorrere ancora ai suoi piedi, sulla sabbia del deserto, un ruscello di sangue umano, rosso; gli pareva di allungare il braccio colla mano, piegata a mo' di scodella, di attingere quel liquore rosso, caldo, e di portarlo alle labbra. Spegnere la propria sete col sangue dei morti nemici! Dimenticò per un'istante la propria sete, il suo sfinimento, e si rizzò fiero, maestoso, sul suo cavallo.

Io! Il principe Ramsette! Ma poi ricadde nell'antica prostrazione; la persona si curvò ed egli dovette con ambo le braccia afferrare il collo del fido cavallo e stringersi a quello, per non stramazzare al suolo.