«La cometa! L'astro della mia rovina!» e cade privo di sensi a terra.
II.
Rimane a lungo, molto a lungo privo di sensi. Il cavallo si è coricato al suo fianco, ed ansa; ha la bocca aperta; la lingua ne esce penzoloni, inaridita; gli occhi si spengono; la povera bestia è prossima a morire di stanchezza, d'inedia, di sete.
Il capo si desta. Da principio non riesce a raccogliere i pensieri; sono così confusi; ma poi vede sopra di sè il cielo stellato; vede la maestosa luna; vede la cometa. Ma alla luce lunare l'astro minaccioso ha perduto parte del suo terrore; la sua luce è sbiadita tanto. Pure ciò non reca conforto al capo. Egli guarda la cometa, con un infinito spavento. È certo di essere perduto.
—Schiavo mai! freme, leva il pugnale amico e lo porta alle labbra.
Non paventa la morte: Ha scannato già molti di sua mano. Suo padre, quando gli ha donato il pugnale gli ha detto;—Il miglior amico! Esso non permetterà giammai che tu diventi prigioniero.
Lo avevano assuefatto a vedere nella prigionia la maggior sventura, il pugnale era là, l'amico fido.
Era deciso! Voleva cacciarselo nel petto, voleva farla finita. La cometa era là e gli diceva: Schiavitù o morte! E tutto, tutto: la sua educazione, i suoi fremiti di libertà, la sua condizione di capo, il suo passato, il presente, i timori per l'avvenire, tutto, tutto gli diceva: Schiavo mai! Preferisci la morte; mille volte la morte!
Stava già per cacciarsi il pugnale nel petto quando il suo sguardo venne a cadere sul cavallo morente.
Lo guardò a lungo e provò un senso d'infinita mestizia. Gli sembrava di veder morire un amico; anzi, più che un amico un fratello. Ma poi gli si affacciò alla mente un pensiero; cercò di cacciarlo, ma invano. Esso gettò subito radici; si abbarbicò nel suo cervello, gli s'impose. Non era quella la prima volta…. Non sacrificava nulla.