CAPITOLO XXXVIII. Il Fantasma.
Visitando anche oggi il vecchio palazzo dei Ceresara, volgendo a destra del cortile si scende giù da una gradinata a quel ramo del Mincio che ora si è incanalato e che allora scorreva libero la campagna.
I conti Ceresara trassero profitto dall’acqua che bagnava l’ala sinistra del lor caseggiato onde servirsene agli usi della casa e per l’abbeveraggio dei cavalli.
Oggi erettavi sopra una tettoja se ne fece un lavatojo dove si lavora a forza di braccia il bucato, e dove convengono vispe lavandaje dalle guancie rosse, e dalla nervatura che non sarà andata forse a genio di qualche damerino troppo ardito...
Dice il proverbio, che colle cuoche e colle lavandaje c’è da far conti alla larga, e forse il proverbio ha ragione.
In quel vano che staccava le due ale del palazzo e ne spezzava il quadrato, diviso com’era tra la casa signorile e la rustica abitazione, che probabilmente sarà stata occupata dal servidorame dei conti Ceresara e dai vassalli delle terre; in quel vano ripeto che lasciava adito all’interno del cortile, era sparita l’ombra veduta da mastro Antonio, e l’essere umano veduto ed espiato da Adolfo.
Se oggi però si scende al canale dalla corte del palazzo, allora non vi scendeva a che dopo aver aperta la seracinesca di legno di quercia che ne chiudeva l’entrata. Al di là della seracinesca eravi una piccola porta quasi rasente al canale che vi si vede anche oggi... il livello dell’acqua doveva essere allora più alto giacchè l’acqua della corrente passava per quella specie di sotterraneo e seguitava il suo corso; oggi l’acqua del canale appena ne bagna il terreno.
Adolfo poi che ebbe atteso alquanto tempo, impaziente nella sua ricerca a cui era attaccata tanta parte della sua speranza, s’avvicinò più ancora alla riva e gettò uno sguardo ansioso lungo il fianco del palazzo; vide o gli parve vedere qualche cosa che si moveva sulla superficie dell’acqua precisamente presso al luogo dove gli parve fosse scomparso l’oggetto che aveva attirata la sua attenzione.
Quella cosa, pareva una specie di zattera formata da poche assi di legno connesse insieme ond’ei trasse argomento che avesse potuto servire a trar colà la persona che avea scorta prima avvicinarsi a quel luogo... Un lampo di gioja balenò nel suo sguardo che lo confermò coll’attenta ricerca nella trattane desunzione... Egli che temeva essere giuoco d’un’illusione che poteva ritornarlo nel disinganno e nella disperazione, comprese che v’era una realtà, qualunque potesse essere in quel convegno notturno d’un fantasma che era un essere umano.
Poco spazio lo divideva da quell’oggetto galleggiante, ei si provò a scender nell’acqua, l’acqua era bassa; avanzò con risolutezza e toccò la zattera, che era diffatti una zattera mal connessa, ma che bastava però a reggere per poco tragitto chi vi si fosse avventurato; vi montò sopra ed aggrappandosi alle fenditure della muraglia fu presso al vano che abbiam prima accennato... Adolfo ringraziò il cielo col muto trasporto del pensiero, d’un balzo toccò terra e si trovò di faccia alla chiusa saracinesca.