A differenza degli artefici toscani, che s'arrestano particolarmente al singolo individuo, all'espressione del volto, i Veneti ritraggono con amabile e vivace superficialità la vita reale agitata e romorosa. Tale l'arte, tale la vita. Che cosa è l'uomo a Firenze? Figure energiche austere dominano la folla. Farinata, Dante, Giano della Bella, Michele di Lando. A Venezia invece l'uomo è assorbito dallo Stato. Lo Stato non permette all'iniziativa individuale di esercitarsi in tentativi isolati, lasciando a ciascuno la responsabilità della propria sorte, e quindi ogni uomo coordina la sua azione a quella degli altri. Le virtù militari e civili non fanno che accrescere la gloria dello Stato, il quale veglia geloso perchè l'uomo non acquisti troppa autorevolezza, perchè la libertà non s'infoschi intorno a un trono. Qui non avrebbero potuto fiorire le ambizioni medicee. Questa cura di tutto eguagliare, perchè nessuna autorità potesse innalzarsi, perchè nessuna potenza individuale potesse sorgere minacciosa di fronte alla repubblica, la vedete in ogni atto dello Stato veneto.
Tale la vita, tale l'arte. Gli artefici toscani, o sulla tela o nel marmo, ritraevano, ben distinti, gli uomini celebri del loro tempo, gli amici più cari, gli avversari più odiati. E con tanta diligenza ne studiavano le sembianze, da esserci tramandati perfino i nomi di taluni personaggi riprodotti sulle tele o nei marmi. Donatello dovea scolpire sul campanile del Duomo una statua di Geremia o di Salomone, e vi pose invece il ritratto di Francesco Soderini. Negli affreschi della cappella Brancacci possiamo notare Masolino, Masaccio, Filippino, Botticelli e Pollaiuolo. E Luca Signorelli ritrae nei freschi del Duomo d'Orvieto sè stesso e molti amici suoi: Nicolò, Paulo e Vitellozzo Vitelli, Giovan Paolo ed Orazio Baglioni. I pittori veneti invece badavano unicamente a ciò che stava bene nel quadro, e nel quadro ritraevano coloro che avevano pittoresco il tipo e non altri. Se qualcuno volea la sua effigie tramandata ai posteri in qualche tavola di artefice insigne, bisognava ne desse commissione, come la famiglia Pesaro nella pala di Tiziano ai Frari, e i Pisani nel quadro del Veronese, rappresentante la famiglia di Dario ai piedi di Alessandro. Nelle scene dipinte dai Veneziani, l'uomo si confonde fra l'agitazione elegante della folla. Questo principio di predominio della casta sull'individuo, che formò la grandezza civile e artistica di Venezia, fu poi anche causa della sua decadenza, giacchè l'iniziativa privata, la libera spontaneità individuale e la personale responsabilità non vennero in aiuto dello Stato decadente.
E in fatti, dal chiudersi del cinquecento in poi, ruinano le sorti di Venezia, la quale scema ogni anno di tesoro e di dominio. Anche la sua arte splendida infiacchisce per ripigliare nuova forza nell'ultimo secolo della repubblica, quasi a confortare l'agonia della singolare città. L'arte del seicento offerse il passaggio dallo splendido naturalismo del cinquecento all'elegante raffinatezza del settecento. Ma già alla fine del secolo sedicesimo, nelle botteghe dei pittori, l'arte decade precipitosamente.
Il corteo mesto e rado, che, fra la desolazione della città atterrita dalla peste, segue, nel 1576, la bara di Tiziano, sembra il funerale della grande arte veneziana. L'ultimo de' suoi forti campioni, che vide spegnersi a poco a poco la gloria pittorica di Venezia fu Jacopo Tintoretto, dilungato dal mondo, ridotto a perpetui ragionari con le sue idee.
Morì nel 1597. Sette anni prima gli era morta la figlia Marietta, bella, buona, giovane, celebre ormai nella pittura e nella musica. Il misero padre si vide gittato dalla corrente della sventura sulla riva, come un avanzo di naufragio. Anche i suoi maestri, i suoi compagni, i suoi amici — Tiziano, Paolo — tutti se ne erano andati alla pace, che non ha turbamenti. La sua vita s'era ridotta a un trepido silenzio; conforto unico — l'arte. E negli ultimi istanti della sua vita, certo, alla dolce immagine della sua Marietta si sarà unita la luminosa visione dell'arte, nel desiderio supremo che a quest'arte e alla patria non fossero per mancare degli altri ingegni da riempire di fantasie, degli altri cuori da movere alla passione.
FINE.
[ INDICE.]
| Ernesto Masi | [Lorenzo il Magnifico] | Pag. 1 |
| Giuseppe Giacosa | [La vita privata ne' Castelli] | 31 |
| Guido Biagi | [La vita privata dei Fiorentini] | 49 |
| Isidoro Del Lungo | [La donna fiorentina nel Rinascimento] e negli ultimi tempi della libertà | 99 |
| Guido Mazzoni | [Il Poliziano e l'Umanesimo] | 147 |
| Enrico Nencioni | [La lirica del Rinascimento] | 178 |
| Pio Rajna | [L'Orlando innamorato del Boiardo] | 205 |
| Felice Tocco | [Il Savonarola e la Profezia] | 236 |
| Diego Martelli | [La pittura del 400 a Firenze] | 269 |
| Vernon Lee | [La scultura del Rinascimento] | 293 |
| Enrico Panzacchi | [Leonardo da Vinci] | 309 |
| Pompeo Molmenti | [L'arte veneziana del Rinascimento] | 332 |