“Bonaccorso di Piero, fu uno ardito, forte e aitante uomo, e molto sicuro nell'arme. Fece di grandi prodezze e valentie, e sì per lo Comune e sì in altri luoghi. Tutte le carni sue erano ricucite, tante ferite avea avute in battaglie e zuffe. Fu grande combattitore contr'a Paterini e Eretici.... Era di bella statura, di membra forti e bene complesso. Vivette ben 120 anni, ma ben 20 anni perdette il lume, innanzi morisse, per vecchiaia. Fu chiamato Corso, e benchè fosse così vecchio, udii dire che la carne sua avea sì soda, che non si potea attortigliare, e se avesse preso qualunque giovane più atante in su l'omero, l'avrebbe fatto accoccolare. Intesesi anche bene di mercatanzia, e fecela molto lealmente; intanto era creduto, che venuti i panni melanesi in Firenze da Melano (de' quali molti ne faceano venire) e tutti gli spacciava innanzi fossono aperte le balle; molti ne faceano tignere qui, e perch'era sì diritto, udii dire che un Giovanni del Volpe loro fattore veggendo sì grande spaccio di detti panni, pensò nella tinta fare avanzare più la compagnia, e più debolmente, e con meno costo gli facea tignere; di che essendo passato un tempo i detti panni non avevano quel corso soleano: di che cercando la cagione, trovarono che era stato per la sottilità del detto Giovanni, di che egli il volea pure uccidere.

“Il detto Bonaccorso avendo perduto il lume, il più si stava in casa. Avea di dietro al palagio di Via Maggio.... un verone lungo quanto tenea il detto palagio, in sul quale rispondea tre camere dal lato di dietro, per le quali egli andava, e tanto andava in qua e in là ogni mattina, che facea ragione essere ito tre o quattro miglia, e fatto questo asciolvea, e l'asciolvere suo non era manco di due pani, e poi a desinare mangiava largamente, perocchè era grande mangiante: e così passava la sua vita. Ora perchè si sappia come morì, udii dire a mio padre, che gli venne voglia andare alla stufa, e così andò, nella quale stufa s'incosse un piede; di che essendo tornato e veggendo che per essa cagione non potea andare, nè fare il suo usato esercizio, in sul verone, immantinente sì si (ac)cusò morto. Or avvenne in quel tempo che Filippo suo figliuolo, e mio avolo che fu, menando Monna Gemma de' Pulci sua seconda donna, avendo il dì molto motteggiato dicendo: ora farebbe bisogno a me d'avere moglie, più ch'a figliolmò, che m'aitasse, e molte altre ciance, gli venne voglia, essendo sul letto, farsi portare in sul lettuccio da sedere: di che chiamato mio padre e Gherardo suoi nipoti, avendosi colle mani e braccia appoggiato in sulle spalle loro; subitamente per grande vecchiezza la vita gli venne meno, e morì„[56]

X.

Con il ricordo di questa “cara e buona immagine paterna„, affrettiamoci a' tempi nuovi, al nuovo secolo, di cui ormai rosseggia in cielo, nel cielo della letteratura e dell'arte, la splendida aurora. Già ne scorgemmo i segni annunziatori nell'ottenuto acquisto della ricchezza, nell'affrancarsi così dai vecchi pregiudizi, come dalle severe regole del vivere antico, nelle tendenze egoistiche preparanti lo svolgimento di quel che i moderni critici chiamano “individualismo,„ onde meglio si comprende il carattere degli uomini e della vita della Rinascenza.

L'affetto per il Comune, per la patria e anche per la famiglia, già s'affievolisce col desiderio acuto de' godimenti, di che non era avara la vita a chi volea gustarne le dolcezze. L'incredulità fa capolino; lo scetticismo, la sensualità, minacciano di prendere il sopravvento. Coteste generazioni, dopo i terribili terrori delle pestilenze, scampate all'infuriar del contagio, doveron quasi meravigliare, stupire di risvegliarsi alla vita.

Dalla grande moria del 1348 ai primi del '400, i cronisti ne registrano molte altre: ricordiamo quelle del 1363, del 1374, del 1400, del 1411, del 1420 e del 1424. Un nostro erudito spogliando il libro de' morti degli Ufficiali della Grascia, noverò dal 1.º maggio al 18 settembre 1400, ben 10908 morti, la massima parte fanciulli[57]. Della peste del 1348, oltre alla classica e grandiosa descrizione del Boccaccio, troviamo vivi e dolorosi ricordi nelle cronache famigliari, ne' diarii, ne' memoriali.

Dovè essere un pauroso, un raccapricciante spettacolo! Giovanni Morelli racconta che in un'ora “si vedeva ridere e motteggiare„ il vicino o l'amico “e nell'ora medesima il vedevi morire„. La gente cascava morta per istrada “su per le panche„ come abbandonata, senza aiuto o conforto di persona. Molti impazzivano e si buttavano nel pozzo, o giù dalle finestre o in Arno, dal gran dolore o dalla orribile paura. Tanti morirono senza esser veduti e “infracidavano su per le letta„, molti si sotterravano ancor vivi. “Avresti veduto una croce ire per un corpo e averne dietro tre o quattro prima giugnesse alla chiesa„[58]. Si calcola che in Firenze morissero i due terzi delle persone, “cioè de' corpi ottantamila„[59]. Della moria del '400, veggiamo un'efficace pittura in una lettera di Ser Lapo Mazzei. “Qui non s'apre appena appena bottega: i rettori non stanno a banco: il palagio maggiore senza puntelli: nullo si vede in sala: morti non ci si piangono, contenti quasi solo alla croce„[60]. Era uno spavento: i figliuoli morivano, cadevan gli amici, i vicini, i conoscenti, gl'ignoti; nel colmo della estate, passavano i cento al dì; nel luglio vi fu un giorno che furon dugento.

Di quella del 1420 scrive nel suo Libro segreto Gregorio Dati: “La pestilenzia fu in casa nostra, e cominciò dal fante, cioè Paccino, a l'uscita di giugno 1420; e poi da indi a tre dì la Marta nostra schiava, e poi al primo dì di luglio la Sandra mia figliuola, e a dì 5 di luglio l'Antonia. E uscimmo di casa, e andammo dirimpetto; e in fra pochi dì morì la Veronica: e uscimmone e andammo in Via Chiara, e presevi il male alla Bandecca e alla Pippa, e amendue s'andarono a Paradiso a dì 1.º d'agosto, tutti di segno di pestilenza[61]. Iddio li benedica!„

Chi poteva fuggire, scappava ad Arezzo, a Bologna, in Romagna, in alcuna città e terra dove credesse potersi stare sicuro. Il Datini se n'andò a Bologna, portando la famiglia, i domestici e i forzieri su ronzini e su muli carichi di ceste[62]. Buonaccorso Pitti scampò dalla peste del 1411 recandosi a Pisa in una casa a pigione, dove in sette mesi spese 1300 fiorini e gli morì una figliuola e un famiglio. Nel '24 mandò il figlio suo Luca con la moglie e i bambini a Pescia, dove poi si ridusse con gli altri congiunti.

Era di regola recarsi “in qualunque luogo la mortalità non fosse stata„[63]; rimedi contro l'oscuro malore non c'erano, nè l'arte dei medici sapea consigliarli. Il Morelli prescrive alcune norme che oggi si direbbero igieniche: la pestilenza del 1348 era stata cagionata da una terribile carestia: “l'anno dinanzi era suto in Firenze gran fame„[64]; “vivettesi d'erbe, e di barbe d'erbe, e di cattive„, “tutto contado era ripieno di persone, che andavano pascendo l'erbe come le bestie„, e i corpi erano disposti e non avevano “argomento nè riparo niuno„. Consiglia, pertanto, conservarsi sani, riguardarsi, mangiar bene, sfuggire l'umido, “spender largamente„, senza “niuna masserizia„ senza economia “fuggi(r) malinconia e pensiero„, pigliarsi “spasso piacere e allegrezza„, non “pensare a cosa ti dia dolore o cattivo pensiero„, giuocare, cavalcare, divertirsi, stare allegri, tenere “in diletto e in piacere la tua famiglia„, e “far con essa buona e sana vita senza pensiero di fare per allora masserizie; che assai s'avanza a stare sano e fuggire la morte„[65].