Quella domenica — era l'otto giugno del 1466 — poco dopo il levar del sole avea la gente cominciato ad accorrere da ogni parte al palazzo dove le nozze dovean celebrarsi: arrivavano, cara e promettente vista ai curiosi, vitelle squartate, barilozzi di vino greco, capponi quanti ce ne possono stare appiccati a una stanga portata a spalla da due robusti villani, stangate di formaggi di bufalo, coppie di paperi, barili di vino comune e di scelto trebbiano, corbelli pieni di melarance, ceste di pesci di mare grandi e odorosi, paniere di pesciolini d'Arno con le squame d'argento, caprioli, lepri, giuncate. — Venivano, portate dagli ortolani dei monasteri, cestelline di zuccherini, di berlingozzi e d'altre dolcissime delicature preparate dalle candide mani di monacelle gentili: venivano a gran fatica, dondolando la testa fronzuta, e barcollando sui carri tirati da bovi sbuffanti un magnifico ulivo di Carmignano, e ginestre e quercioli tolti alla villa di Sesto, co' fiori che la ridente stagione donava in gran copia.

Dovevano i regali aggiunger magnificenza alla festa, ed esser degni di chi li offriva, e testimoniare insieme l'affetto o la reverenza che portavano i donatori alle due insigni famiglie che con quegli sponsali faceano alleanza. Il giovane Bernardo Rucellai, diciassettenne appena, andava sposo alla Nannina figlia di Piero e nipote al gran Cosimo de' Medici, ed il vecchio Giovanni Rucellai con quelle nozze si levava di dosso il sospetto d'esser nemico alla parte Medicea che, dopo l'esilio di Cosimo, era tornata più forte di prima in Firenze. Era un parentado architettato con sommo studio, che ridondava a decoro della famiglia sua, quanto la facciata di Santa Maria Novella fatta fare all'Alberti, e la cappella in San Pancrazio, e il palagio e la bellissima loggia corinzia di Via della Vigna.

Sottile ingegno avea quel maestoso vecchio con la fronte alta ed aperta, il naso aquilino e i fulgidi occhi di un profondo color cilestro, che pare ancor vivo nella cornice d'un suo antico ritratto. Abbondanti capelli gli scendono in ricche anella sulle spalle e una lunga barba gli ondeggia sul petto, conservando ancora alcune tinte dorate frammiste al grigio della vecchiaia, e con i freschi colori del viso dimostrando una longevità vigorosa. Lo vediamo seduto in un seggiolone a bracciuoli, coperto di velluto cremisi a frangia e borchie d'oro; veste una tunica verde scura ed è ravvolto in un lucco purpureo a risvolte di velluto cremisi. Cogli occhi guarda in alto e lontano come pensando a cose che non sono di questo mondo. Ma la mano destra, adorna di un anello con un grosso brillante, si appoggia con forza al bracciale del seggiolone, e la sinistra aperta accenna ad un codice, ben rilegato, che gli è squadernato dinanzi, sur una pagina del quale leggesi il titolo Delle Antichità. Accanto ad esso alcune lettere dissigillate con l'indirizzo all'illustrissimo signor Giovanni Rucellai. Dietro una tenda di colore scuro, in uno sfondo azzurro son disegnate con grandissima diligenza ed esattezza le sue opere di pietra e di marmo, la facciata di Santa Maria Novella, la cappella di San Pancrazio, il palazzo e la loggia. Quel dipinto compendia l'uomo e le sue glorie: un ricco mercante che poteva diventar parente del magnifico Cosimo di Giovanni de' Medici, il quale — com'ei diceva — è stato ed è di tanta ricchezza e di tanta virtù e di tanta grazia e riputazione e seguito, che mai non fu simile cittadino nè di tante buone parti e condizioni quante sono state e sono in lui.

Ma torniamo alle nozze. Giovanna dei Medici venne a marito quel giorno stesso, accompagnata, com'era costume, da quattro cavalieri de' maggiori della città, messer Manno Temperani, messer Carlo Pandolfini, messer Giovanozzo Pitti e messer Tommaso Soderini. Veniam cioè verrò era scritto, secondo l'uso d'allora su certe cartellette appiccate alle panche parate d'arazzi che eran disposte sotto al padiglione fiorito; e la sposa vi venne, e in su quel palco soffice per i ricchi tappeti si danzò e si festeggiò a suon di musiche, aspettando i desinari e le cene.

Convennero alle nozze 50 gentildonne riccamente vestite e similmente 50 giovani in abiti bellissimi. Durarono le feste dalla domenica mattina alla sera del martedì successivo, e i conviti si tenevano due volte al giorno. Comunemente si convitavano a ciascun pasto cinquanta tra parenti e amici e cittadini de' principali, per modo che alla prima tavola, contando le donne e le fanciulle di casa, i pifferi ed i trombetti, mangiavano 170 persone. E alle seconde e terze tavole dette “tavole basse„, mangiava gente assai, tantochè ad un certo pasto s'ebbero fin 500 persone. Le vivande, che eran quelle prescritte dall'uso, furono squisite e abbondanti: la domenica mattina si dettero capponi lessi e lingue, e un arrosto di carne grossa, e uno di pollastrini dorati con lo zucchero e l'acquarosa: la sera la gelatina, l'arrosto grosso e quello di pollastrini con frittellette. Il lunedì mattina, bianco mangiare, coi capponi lessi e salsicciuoli e arrosto grosso di pollastrini; la sera le solite portate, e più una torta di pappa, mandorle e zucchero che dicevasi tartara. Il martedì mattina, arrosto di carne grossa e di quaglie, e la sera i consueti arrosti e la gelatina. Alle colazioni uscivano fuori in sul palchetto venti confettiere di pinocchiati e di zuccherati, che si distribuivano a profusione.

La spesa di questi conviti ascese a più che 6000 fiorini (circa 150000 lire), somma per quel tempo ingentissima. Si comprarono settanta staia di pane, duemilaottocento pani bianchi, quattromila cialdoni, cinquanta barili di trebbiano, tremila capi di pollame, mille e cinquecento uova, quattro vitelli, venti catini di gelatina; e si arsero in cucina dodici cataste di legna. — Pareva addirittura il regno dell'abbondanza.

Il martedì sera, parte dei giovani che erano stati invitati alle nozze fecero gli armeggiamenti secondo l'usanza, movendosi dal Palazzo Rucellai fino al canto dei Tornaquinci, e di poi in Via Larga sotto il Palazzo dei Medici.

La sposa, chi voglia sapere il corredo e i regali che ebbe, ricevè da diversi parenti non meno di venti anelli; e sei dallo sposo, due quando la tolse, due dello sposalizio, due nella mattina che si donavano le anella. Da Bernardo ebbe cento fiorini e più altre monete: le si fecero ricchi vestimenti: uno di velluto bianco ricamato di perle, di seta e d'oro con maniche aperte foderate di candide pellicce: uno di zetani, drappo di seta molto massiccio, guernito di perle con le maniche foderate d'ermellino.

Ebbe poi una cotta o vestito di damaschino bianco broccato d'oro fiorito, con maniche adorne di perle, e un'altra cotta di seta con maniche di broccato d'oro cremisi ed altri vestiti e sopravvesti, chiamate allora giornee. — Fra le altre gioie ebbe una ricca collana con diamanti, rubini e perle del valore di 1200 fiorini, e uno spillo da testa, e un vezzo di perle che avea per pendente un grosso diamante a punta, e un cappuccio ricamato di perle e una reticella di perle grosse. — La dote, che oggi parrebbe scarsa, fu di 2500 fiorini (circa 60 000 lire), compreso il corredo, nel quale si notano un paio di forzieri con le spalliere riccamente lavorati, e dieci fra cioppe, gamurre e giornee, cioè vestiti lunghi di varia forma di finissime stoffe, e sontuosi ricami d'oro e di perle: una camicia di renso (tela bianca fine operata proveniente da Reims), una cuffia o testiera di stoffa cremisi lavorata di perle, due berrette con argento, perle e diamanti, un libriccino da messa miniato con fermagli d'argento e un Bambino Gesù in cera con la veste di damasco ricamata di perle. Inoltre stoffe in pezza, rasi, damaschi, velluti, guanciali ricamati, cinture, borse, anelli da cucire, agorai, pettini d'avorio, 4 paia di guanti, un cappello alla milanese con frangie, otto paia di calze, tre specchi, un bacino e un mesciacqua a smalto d'argento, un ventaglio ricamato o rosta, e molte altre cose che non si contano.

XII.