Voi vedete, o signore, fra che odii e che amori, fra che assoluzioni e condanne, fra che spinaio di giudizi diversi sarebbe costretto a ravvolgersi chi avesse oggi da narrare a fondo la storia di Lorenzo il Magnifico, della sua vita e del suo tempo. E se ho dovuto indugiarmi tanto, solo per accennare le difficoltà del mio tema, mi conforta il pensiero che accennare tali difficoltà è già esso stesso un illustrarlo, e che, parlando ad un pubblico così culto e in massima parte fiorentino, m'è lecito presupporre l'argomento noto almeno nelle sue linee storiche principali e non tenermi obbligato a ridir tutto per filo e per segno, che già sarebbe chieder troppo all'industria del conferenziere e alla sofferenza del pubblico.
A giudicare dei Medici e di Lorenzo con quell'imparzialità almeno relativa, a cui gli uomini possono aspirare, mi pare del resto che la nostra generazione dovrebbe oramai essere meglio disposta delle precedenti, la nostra generazione, che in fatto di politica è passata a traverso tante bonacce e burrasche di promettenti primavere, di malinconici autunni e di inverni spietati. Essa dovrebbe sentirsi, dico, meglio disposta a non farsi guidare nel giudizio di un passato remoto, che si tratta di conoscer bene, ma non muta più, da idoleggiamenti rettorici di forme di governo, qualunque esse siano, o da preoccupazioni politiche, che mutano ogni giorno.
La storia indifferente al bene od al male perde non solo ogni efficacia morale, ma ancora ogni calore e vivezza di rappresentazione. Ma altro è una gelida indifferenza al bene od al male, altro è gettarsi a capo chino fra le lotte d'un'età tanto lontana da noi e sposarne gli odii, gli amori, come se fossero i nostri, e aggregarsi a una fazione contro dell'altra. Si moltiplicano per tal guisa deliberatamente le occasioni e le cause d'errori infiniti, giacchè, per quanto ci sia dato penetrare a dentro nella storia con le ricerche, gli studi e attingendo, finchè si può, dalle fonti originali delle memorie e dei documenti contemporanei, resta pur sempre un qualche cosa, che nessuna ricerca può far rivivere, che nessuno studio può rimetterci dianzi agli occhi, che nessun documento può dirci, ed è forse appunto in quell'inafferrabile qualche cosa, che giace riposta la spiegazione vera di un fatto o d'un uomo, la ragione ultima d'assolvere o di condannare. Di ciò si ha un segno evidente in quella specie di sforzo che occorre, in quella specie di disagio morale e qualche volta, direi quasi, anche fisico, che si prova a volersi addietrare col pensiero nella vita di generazioni già lontane da noi. Ce ne vuole per assuefare non soltanto l'animo a sentimenti e passioni, che non si provano più, ma la fantasia e gli occhi ad abitudini, a costumi, a fogge, ad arredi, a vestiari, che non sono più i nostri, a compiacersi di divertimenti, che oggi ci parrebbero torture, a persuadersi del buon gusto di un pranzo, che oggi ci rovescierebbe lo stomaco, a ridire d'una burla o d'un motto, che oggi ci suona come una freddura senza sugo, e via dicendo. Quello sforzo e quella specie di disagio scemano in noi più ci si affina il gusto della storia, e si convertono anzi in una misteriosa delizia, che può divenire persino passione e mania. Ma dimostrano insieme (e ciò dico in particolare a proposito dei Medici e di Lorenzo) la necessità che lo studio della storia rimanga, più che possibile, obbiettivo, la necessità di non spostare nè uomini, nè fatti, di sceverare il generale dal particolare, di non dar troppo all'ambiente, come oggi s'usa dire, per togliere all'uomo, nè attribuire a questo, per quanta azione abbia avuto sul tempo suo, ciò che è dell'ambiente, in cui quell'uomo ha vissuto, di sentenziare di preferenza dagli effetti palesi dell'opera sua, che sono ben noti, anzichè dai movimenti individuali e interiori, dei quali nessuno può più dirci intiero il segreto, di non prolungare finalmente al di là di certi limiti quegli effetti medesimi per incolparlo anche di ciò che risulta da tutti altri uomini e da tutt'altre condizioni di tempi, scordandoci a suo danno quello che l'esperienza ci dimostra ogni giorno, cioè che l'uomo è appena padrone del minuto che passa.
Ora se v'ha personaggi storici pei quali queste cautele siano state più trascurate, direi che sono i Medici per l'appunto. E si capisco facilmente il perchè. Non parliamo dei Medici, dal 1531 Duchi e Granduchi. Ma per quelli della prima linea, a non dir che di loro, per Cosimo il Vecchio, Piero il Gottoso, Lorenzo il Magnifico, furono tanto più facilmente trascurate quelle cautele, perchè essi appassionano, come già dissi, più di tant'altri personaggi storici, gli scrittori, e gli appassionano tanto più, perchè non sono semplici capi ereditari d'una dinastia, d'una città, d'un regno, ma, oltre alla singolarissima forma del potere che esercitano, sono, se non gli autori, gli attori più in vista, pel loro grado, per le loro tradizioni, per le loro aderenze, pel loro genio e le loro inclinazioni personali, di tutto un nuovo e gran moto di civiltà, comprendente non solo le forme di governo, le arti, le scienze, le lettere, ma i pensieri, i sentimenti, la religione, la morale, i costumi, le usanze, tutta nel suo complesso la vita pubblica e privata; ond'è che in essi si studia non il signore soltanto, ma l'uomo nelle sue relazioni cogli uguali e cogli inferiori, l'uomo nella vita quotidiana, in casa, in villa, per le vie, tra gli spettacoli carnevaleschi, fra le dispute dell'accademia, nel banco commerciale, nel museo, nella biblioteca, fra gli amici che predilige, fra le donne che ama, fra le pareti del suo palazzo, alle corti estere, dove, benchè semplice cittadino nella sua città, comparisce da principe; e lo si studia appunto fra tanta gente e in tanti luoghi diversi, perchè questa moltiplicità e varietà di gusti, di attitudini, di attività è carattere generale del tempo, ma principalmente carattere dei grandi uomini italiani, e fra gli Italiani dei Fiorentini, e fra i Fiorentini dei Medici, e fra i Medici di Lorenzo il Magnifico.
Se le signorie dei secoli XIV e XV (che bisogna ben badare a non confondere in Firenze ed altrove coi Principati) fossero un fatto verificatosi in Firenze soltanto e per opera soltanto dei Medici, i quali con arti subdole, con lunga e tenace insidia avessero a poco a poco soffocata la vita del più torbido sì, ma del più glorioso Comune italiano del Medio Evo, mentre all'intorno avessero prosperato ancora gli altri Comuni, assodando la loro libertà e slargando la loro giurisdizione territoriale, non vi sarebbe, a dir vero, vituperio bastante a castigare un simile parricidio. Ma non è così! Nel secolo XV la declinazione della cosidetta libertà comunale, che è la prevalenza feudalesca di una città sul territorio che la circonda, e la sua mutazione in signoria, che è la prevalenza d'un capo partito, o di un capo militare, o di un vicario imperiale o di una potente famiglia sui partiti, che si contendono il primato nella città dominante, è un fatto universale in tutta Italia. In Firenze anzi, come fu più tardivo a sorgere il libero Comune, così è più tarda a sorgere la signoria. Nell'Italia superiore invece, dove il feudo s'insediò più vigoroso, questa trasformazione non aspetta il secolo XV. Nei due secoli antecedenti si compie e trascende già a principato vero coi Torriani e Visconti a Milano, coi Da Romano nella Marca Trevisana, cogli Scaligeri a Verona, coi Pelavicino a Piacenza e, più prossime a Firenze, di qua e di là dell'Appennino, le signorie pullulano e si frazionano all'infinito, più grandi, più piccole, or vigorose, ora deboli, ora divorate dalle maggiori, ora dilaniantisi in sè stesse fra odii sanguinosi di famiglie rivali. In Toscana stessa, ove le resistenze sono più forti, avete le signorie militari e transitorie, i tentativi sfortunati di Uguccione della Fagiuola e di Castruccio degli Antelminelli. In Firenze stessa, tralasciando le signorie Angioine, le quali si potrebbero dire delegazioni di poteri pubblici ad un fine determinato, tralasciando pure l'episodio di Gualtieri di Brienne, Duca d'Atene, la cui tirannia mette a repentaglio estremo le libertà popolari, avete tentativi interni, i quali dimostrano che ai Medici, anche nel maggior fervore della vita repubblicana, predecessori non mancano: Corso Donati, ad esempio, che fin dal principio del secolo XIV tenta farsi capo di una oligarchia di magnati; Rosso della Tosa, che non gli vuol sottostare e mira diritto al principato. Più facile forse il programma, come oggi si direbbe, di Corso Donati, perchè Rosso della Tosa ha troppa fretta d'anticipare i Medici. Avete ad ogni modo, e di non poco precedente la signoria Medicea, la tendenza ad afforzare in una forma aristocratica i vecchi ordini comunali già decadenti, il che si tenta fin dal secolo XIV col magistrato di parte Guelfa, instituito già da molti anni, ma divenuto allora così chiuso e potente, che non so davvero che cosa gli manchi per essere una vera tirannide; poi colla prevalenza della parte aristocratica dei Ricci e degli Albizzi, prima lottanti fra loro, poi degli Albizzi rivali dei Medici, i quali Medici primeggiano nella parte popolare, donde sono usciti, sicchè all'ultimo tutto si riduce a decidere quale delle due famiglie sopraffarà l'altra, quale delle due, se gli Albizzi o i Medici, dominerà la repubblica. Ma insomma questa inclinazione del Comune a signoria è fatale, è superiore a tutte le combinazioni umane o di procaccianti ambizioni o di tardive resistenze, perchè dipende da una legge più generale e più alta, quella per cui un'età storica succede ad un'altra, quando i principii, sui quali quella si reggeva sono logori, esausti, finiti, e le sottentrano altri principii, altre tendenze, altre voglie, altri indirizzi di civiltà, quasi un'altra società, un'altra gente.
Così è di questo tempo. Le grandi illusioni ghibelline sono finite fin dal 1313 con Arrigo VII. Se gli Imperatori scendono ancora in Italia da Lodovico il Bavaro a Carlo IV, a Venceslao, a Sigismondo, a Federico III, vengono per esiger taglie, trafficar titoli e diplomi, e se ne vanno. Settant'anni d'esilio in Avignone, quarant'anni di scisma, hanno sminuito e trasformato il Papa in un principotto italiano, che bada agli interessi suoi e de' suoi nipoti e lascia il partito Guelfo senza capo. Le due universali unità politiche, le due grandi forze ordinatrici, i due grandi ideali del Medio Evo sono dunque finiti e scomparsi nella storia italiana. Nè basta. Napoli s'è sottratta alla diretta soggezione imperiale. Venezia, che non fu mai nè guelfa nè ghibellina, che quasi non pareva appartenere all'Italia, cerca ora pigliarvi stato, e il difendersi da Napoli e da Venezia, nel linguaggio e nelle idee d'allora, val quanto difendere la libertà degli Stati italiani contro lo straniero. Nè basta ancora. Le potenti energie messe in moto dalla turbolenta libertà dei Comuni hanno dato vita ad una risurrezione d'arte e di sapere, ad una ristaurazione di classicismo, che sarà fondamento a tutta la cultura moderna, e che ora assorbe ogni attività spirituale e par fatta apposta per nascondere sotto i suoi fulgori la decadenza dei vecchi ordini repubblicani e la loro trasformazione in signorie. I Comuni colle loro lotte continue in casa, in piazza, in palazzo, stancavano tutte le forze del cittadino, fomentandone tutte le passioni, imponendogli attività e doveri continui. Ma ormai è venuta su una gente disposta a cercar riposo all'ombra d'un potere stabile e fermo, che tenga freno plebe e oligarchi; una gente, che vuol godere in pace, fra gli agi e i piaceri, il frutto della parsimonia e dell'operosità dei padri e degli avi, tanta ricchezza ammassata, tanto splendore e amenità di arti e di lettere e che per goderlo anche meglio si lascia cader le armi di mano, abbandonando l'arte della guerra al mestiere dei venturieri col fastidio superbo, colla noncuranza poltrona di opulenti, di mercanti, di artisti e di letterati. Aggiungete che l'umanesimo ha bisogno d'aiuto e di protezione signorile. Se la libera bottega bastò ai prodigi spontanei dell'arte, l'umanesimo tende a costituire una nuova aristocrazia piuttosto cortigiana, di quello che politicamente e virtuosamente operosa. Questo all'interno. E al di fuori? Al di fuori niun pericolo minaccia per ora: non dall'Impero troppo debole, non dalle altre nazioni ancora intente alla loro costituzione. Se un pericolo v'è, sta nella gelosia reciproca dei varii Stati italiani, nella necessità quindi di una politica di equilibrio tra i più forti, tanto più difficile a praticarsi, quanto più sono misteriosi e tutti egoistici e personali i motivi, pei quali le violenze e le rappresaglie si determinano. Firenze è al centro di tutto questo nuovo movimento di civiltà, di tutta questa trasformazione morale, sociale e politica, che si va compiendo, e in mezzo ad essa la signoria Medicea (di origine certamente meno illegittima di tante altre, in quanto sorge e si svolge dall'imo fondo dei rivolgimenti politici fiorentini) in mezzo ad essa la signoria Medicea si afferma e si assoda da Cosimo il Vecchio a Lorenzo il Magnifico, il quale ne segna l'apogèo, e dopo del quale non avrà che a decadere (per poi vigoreggiare di nuovo con forme e in tempi affatto diversi), tanto in questo strano congegno del governo signorile, che il Burckhardt ha con ragione chiamato un'opera d'arte, al pari d'un poema o d'un quadro, tutto è affidato alle qualità personali dell'uomo. Ma di tutto quel nuovo ambiente, in cui il poter loro prevale, i Medici sono essi la causa o l'effetto? L'effetto, io credo. Sono la produzione spontanea delle condizioni generali del tempo e delle particolari, che escono dalla storia di Firenze. Quindi è necessario non dimenticar mai di considerare i Medici della prima stirpe per quel che sono, uomini del loro tempo, Lorenzo sopra tutti, che colle sue pecche non lievi e le sue straordinarie qualità è anzi il tipo ideale del Signore italiano del Rinascimento.
Lasciando ai genealogisti cortigiani di avvolgere le origini della famiglia Medici nelle nuvole della leggenda, dirò che essi appariscono relativamente tardi nella storia di Firenze, non prima, che si sappia, del 1301. Si dice che appariscono come sopraffattori di popolo nei sanguinosi tumulti, che finiscono alla proscrizione dei Guelfi bianchi e di Dante Alighieri. Si dice che con Salvestro de' Medici, il quale da Gonfaloniere di Giustizia, nel 1378, dà le mosse al tumulto de' Ciompi, essi cominciano a far l'arte loro di lusingar la plebe per aiutarsi a salire. Si dice che Giovanni di Bicci nel 1426, opponendosi a Rinaldo degli Albizzi, si atteggia a capo del partito popolare. Tuttociò è vero, come fatto. Ma è altrettanto conforme a verità trovarvi gli auspicii e il cominciamento del destino Mediceo? Se nel 1301 sono sopraffattori di popolo, vuol dire che erano violenti come tutti gli altri, come quel popolo stesso, il quale s'era armato dei cosidetti Ordinamenti di Giustizia. Se nel 1378 Salvestro ha parte nel tumulto de' Ciompi, non ve l'ha certo maggiore di Benedetto degli Alberti, di Giorgio Scali, di Tommaso Strozzi, i quali tutti sommuovono i Ciompi, cioè l'infima plebe, contro Piero degli Albizzi e la setta Guelfa. L'intervento dei Ciompi dà un carattere di rivoluzione sociale alla lotta, che non era nelle intenzioni dei sommovitori. Essi sono trascinati loro malgrado nella vittoria dei Ciompi, che si risolve poi in una prevalenza delle sette Arti Minori, e di questa l'Alberti, lo Scali, lo Strozzi sono le prime vittime, appunto perchè la parte ch'essi ebbero in tutto questo moto fu molto maggiore di quella di Salvestro de' Medici. La pretesa precocità dell'insidia Medicea, che si vuol dedurre dal tumulto dei Ciompi, è dunque una delle tante frasi fatte, che si ripete a carico dei Medici, ma che non ha fondamento nella storia. Quanto a Giovanni di Bicci, certo egli ha gran parte nella legge tutta popolare del Catasto del 1427, ma politicamente è un personaggio quasi insignificante: accresce bensì il credito e la ricchezza di Casa Medici, ma non può dirsi il fondatore politico di essa. Il suo fondatore vero è Cosimo il Vecchio. Quand'egli apparisce, le lotte si sono venute sempre più restringendo, e la rivalità dei Medici e degli Albizzi diventa quasi una lotta personale fra Cosimo e Rinaldo degli Albizzi, che, al dire di Jacopo Pitti, “come principe maneggiava lo Stato.„ Costui pensa essere ormai tempo di troncare di colpo la sempre crescente potenza Medicea e fa chiamar Cosimo in Palazzo per ucciderlo, ma deve contentarsi dell'esilio; transazione, di cui il Sismondi, il Perrens sono inconsolabili, perchè Cosimo è richiamato dall'esilio un anno dopo e torna in patria in trionfo. Nei giorni più splendidi di Casa Medici, sulle pareti del gran salone nella villa di Poggio a Caiano questo ritorno sarà magnificato, figurandolo per quello di Cicerone, ricondotto in patria sugli omeri di tutta Italia. Il vero è che Cosimo, tornando dall'esilio il 6 ottobre 1434, si fermò e pranzò a Careggi, non permettendogli la Signoria di rientrare in Firenze prima di sera, e poichè Via Larga era piena di popolo aspettante, dovette sgattaiolare nel Palazzo della Signoria e passarvi la notte, rientrando solo al mattino seguente nella sua dimora di Via Larga, lo stupendo edificio, forse allora ancora in costruzione, in cui, fra quel misto di solidità e di eleganza, di cittadino e di principesco, sembra ch'egli abbia veramente improntato sulle muraglie il proprio genio.